Violenza di genere: “mascolinisti” su Wikipedia
Che ne diremmo di una voce enciclopedica sull’antisemitismo con le “osservazioni critiche” di Holywar e di qualche gruppo neonazista? Oppure di una voce enciclopedica sul razzismo, con le “osservazioni critiche” del Klu Klux Klan? O anche solo una voce enciclopedica di astronomia con le “osservazioni critiche” degli ufologi? Valuteremmo l’enciclopedia che le pubblica tra il bizzarro, l’incompetente e il reazionario. E difatti, una simile enciclopedia si guarda bene dal darsi alle stampe. Ma sul digitale tutto è possibile, è così abbiamo su Wikipedia, la voce relativa alla violenza di genere che ospita le “osservazioni critiche” dei “mascolinisti”. E chi sono mai? Da come osservano, si direbbe ometti con la coda di paglia. O forse con la coda e basta. Un insieme di piccoli gruppi, formatisi online, imitatori di un neomaschilismo misogino made in Usa, che vorrebbe darsi una organizzazione, una teoria e un nuovo nome: appunto “mascolinismo”, essendo le due definizioni classiche, ormai troppo sputtanate, sulla falsa riga dei razzisti che oggi preferiscono definirsi “differenzialisti”. Vogliono liberare l’Occidente dal femminismo, e del femminismo, che giudicano vincente, imitano metodi e parole d’ordine, rovesciandole nel contenuto opposto. Così abbiamo la “questione maschile”, la “violenza femminile”, “il potere della donna sull’uomo”, insomma, un mondo rovesciato, un sogno all’incontrario, dove sono i turisti a cagare in testa ai piccioni. Ecco alcuni articoli a loro dedicati dalla carta stampata.
E’ il bello di Internet: possono parlare tutti. E’ anche il brutto di Internet: possono parlare proprio tutti. Qui, secondo Paolo Mieli è la discriminante tra i media tradizionali e il mondo dei blog, dei forum, della libera espressione online, dove – dice il direttore del Corsera – si possono trovare tante cose interessanti, ma anche tanto delirio. Vero, ed io non sarei per cancellare il delirio, vorrei solo che rimanesse nei suoi spazi o che se ne desse conto in modo adeguato, critico, senza dargli una legittimità istituzionale. Nella corrispondente voce sulla violenza di genere dell’edizione inglese di Wikipedia, le osservazioni critiche dei “mascolinisti”, non compaiono. La credibilità della Wikipedia inglese, quella originale, è stata paragonata all’enciclopedia britannica. La versione italiana, invece, pare debba fare ancora molta strada. Per ora, forse, sono ancora meglio le garzantine.
Ho letto sul Corriere della Sera, ma anche sul Foglio, che è uscito negli Stati Uniti un libro di grande successo: «The Re-education Of The Female». Insegna alle donne ad essere magre, sexy e ubbidienti per trattenere a sé gli “uomini di qualità”. Il guru, autore del libro, è un certo Dante Moore, un potenziale o probabile adepto di queste associazioni maschil-mascolin-maschiliste. L’autore mette in chiaro fin dalle prime battute che il suo è un libro duro, che finalmente spiegherà alla femmina, bisognosa di rieducazione, cosa “l’uomo medio cerca davvero”. Anche questo non sembra essere un grande mistero per nessuno, in realtà. Ma il “compare maschio dotato di un certo gusto urbano”, come si definisce, è pronto ad aprire gli occhi alle insoddisfatte e a spiegare loro esattamente dove sbagliano nelle relazioni con “gli uomini di qualità”. Per esempio, sottovalutano ingenuamente l’importanza per un maschio delle serate con gli amici o delle partite di pallone. “Se lui non scarica da qualche parte la tensione – recita il manuale – la tua faccia si trasformerà nel suo sacco da pugilato”. Niente male come osservazione critica. Speriamo non venga acquisita da un amministratore italiano di Wikipedia.
La violenza è un rapporto di potere
La violenza è prima di tutto un rapporto di potere. La violenza la praticano i forti contro i deboli. E’ così nel rapporto tra gli stati, tra le etnie, tra le classi, tra gli individui, ed anche tra i sessi. Poi, questa pratica viene espulsa da sè e collocata in un altrove: nell’arretramento culturale, nel disagio sociale, nella pazzia. E’ il rifiuto di ammettere che è normale e ci coinvolge direttamente.
Lo facciamo per la guerra. Apparteniamo a popoli che seminano da cinquemila metri d’altezza bombe a grappolo, uranio impoverito, fosforo, napalm, agente orange, etc. Ma consideriamo barbarie e inciviltà il machete balcanico, i tagliagola fondamentalisti, i kamikaze palestinesi, le lapidazioni etc. Lo facciamo nel rapporto con gli stranieri. Abbiamo una criminalità organizzata che controlla un quarto del territorio e pulisce il suo denaro sporco a Piazza Affari e nelle grandi banche. Abbiamo un sistema di trasporti e di attività produttive che falcidia migliaia di persone ogni anno, ma per noi l’illegalità e l’insicurezza sono gli immigrati, gli zingari. Lo facciamo per i rifiuti tossici. Dal nord li spediamo al sud, e poi disprezziamo i napoletani perchè affogano nell’immondizia.
Lo facciamo anche per la violenza sulle donne. Che collochiamo nel passato, in Pakistan, o nelle sacche della nostra emarginazione e del nostro arretramento culturale. Eppure, a parte la polemica politica, se Bush muove guerra e violenza contro l’Afghanistan e l’Iraq, noi non pensiamo che sia un disagiato mentale. E infatti, si guarda bene dal muovere guerra contro la Russia o contro la Cina. Nella scelta della guerra e in quella della pace tiene conto dei rapporti di forza. Secondo questo criterio, agiscono anche i bulli della banda del muretto: rispettano il più forte, infieriscono sul più debole. E in tal modo, creano e consolidano una gerarchia del potere. Così fanno gli uomini nei confronti delle donne. Forse vi è qualche caso, ma in genere non si ha notizia di operai che usino violenza contro le donne manager, o impiegati contro donne capo-ufficio e direttrici, o studenti contro professoresse, o soldati contro donne sergente, tenente, capitano. Ritardati, disagiati, analfabeti, mica scemi. In “Travolti da un insolito destino” lui si permette violenza contro di lei, solo quando diventano naufraghi in un’isola deserta. Con tutto il rispetto e l’importanza da riconoscere alla cura, all’educazione, e alla cultura, la questione per ridurre la violenza è quella di ridurre, non tanto lo squilibrio mentale (che va sempre bene) quanto lo squilibrio (di potere) tra i sessi.
In un libretto titolato “l’arte di conoscere se stessi” sono raccolti vari aforismi di Arthur Schopenauer. Ce n’è uno che spiega bene il rapporto tra il principio morale e il principio reale e la causa della violenza. «Non è possibile tenere le donne entro i limiti della ragione se non incutendo loro paura, ma nel matrimonio è necessario tenerle entro questi limiti perchè si condividono con loro le cose migliori che si hanno, anche se così si perde in felicità e amore ciò che si guadagna in autorità. In questo modo si spiega, per esempio, perchè in Inghilterra la metà di tutti i delitti capitali sia commessa tra coniugi.»
L’humus della violenza
Il pregiudizio ostile contro un soggetto collettivo e tutti i luoghi comuni con cui si manifesta, alimenta e riproduce, può essere l’humus di qualcosa di più grave, una condizione di discriminazione, una situazione di violenza. Senza il pregiudizio antiebraico non sarebbe stata concepibile la shoah. E’ quanto accennava Monica Lanfranco a proposito degli aforismi misogini e della violenza contro le donne. La questione, quando viene discussa, è spesso banalizzata, come si volesse rappresentare un mero rapporto di causa ed effetto. Ma l’humus non è una causa, non è un seme, è soltanto un terreno fertile, una condizione favorevole. Il misogino (o il maschilista) non è necessariamente colui che agisce la violenza contro la donna, può essere persona assolutamente mite e pacifica, che si limita a giustificare, comprendere, razionalizzare, relativizzare, teorizzare, oggettivare, minimizzare, negare. Penso che gli avvocati degli stupratori, quelli dentro i tribunali e quelli fuori, non abbiano mai stuprato nessuno. E neppure quei legislatori, quei commentatori, quegli intellettuali, quegli uomini di chiesa che per tanto tempo hanno impedito che la violenza sessuale divenisse reato contro la persona e non soltanto contro la pubblica morale. E che poi hanno lottato ancora per far si che la famiglia rimanesse una zona franca.
Se tanta violenza e il maggior numero delle violenze avviene entro le mura domestiche, ciò vuol dire che al di fuori di quelle mura, la società lo accetta e nella testa di molti continua a ronzare il detto: “tra moglie e marito non mettere il dito”. Se la maggior parte delle donne non denuncia (il 90% secondo l’Istat) è anche perchè l’accoglienza sociale della denuncia non deve essere una gran cosa. Meglio far buon viso a cattivo gioco e cercare di sopravvivere, rimuovere e distrarsi. Magari farsi un giro in rete, partecipare ai blog e ai forum, dove s’incontrano tante persone ironiche e spiritose. Il più delle volte alla violenza fisica (dico le botte) neppure si arriva. E’ sufficiente sapere che ci si può arrivare. Basta alzare la voce, basta insultare. Poi ci sono forme di violenza occulta, come il mobbing. Le donne sono le prime vittime del mobbing. Per mobbizzare le donne, negli ambienti di lavoro, una buona dose di misoginia è necessaria. Certamente è utile. L’antisemitismo può non essere la causa diretta dell’olocausto. Nè è stato però il principale innesto, la sua condizione ambientale. Possiamo non sapere in che misura il popolo tedesco abbia apprezzato le discriminazioni prima e poi la persecuzione e lo sterminio degli ebrei. Di certo, non si è opposto, non si è arrabbiato, per nessuna angheria antiebraica, neppure per i campi di concentramento. Temo invece avrebbe accolto meno bene il divieto di raccontarsi barzellette a aforismi contro gli ebrei. E lo si può ben capire: ironizzare, ridere, scherzare, non prendersi sul serio (sulla pelle degli altri) pare aiuti a vivere meglio.
Donne, violenza e aforismi misogini
Quella sulle donne viene troppo spesso percepita come una violenza light. Coperta da un alone di complicità deresponsabilizzante che la rende più leggera, ne occulta l’ orrore dietro una pseudo-cultura fatta di luoghi comuni, di banalità, di stereotipi duri a morire, di pregiudizi che hanno radici profonde nel maschilismo che ancora circola carsicamente nelle vene della nostra società. (Marino Niola, Repubblica 24 agosto 2008)
Facciamo un gioco: troviamo insieme quante più frasi e aforismi misogini, anche apparentemente lievi e persino ritenuti spiritosi, presenti in ogni tradizione e cultura? Inizio io: donne e buoi dei paesi tuoi (che allude al patto tra uomini sul non interferire in materia di governo delle femmine, bene economico fondamentale equiparato appunto al bestiame); chi dice donna dice danno (che traduce l’inevitabilità della sventura legata al sesso femminile e alla sua frequentazione, e giustifica l’assenza in vaste zone del mondo delle bambine, selezionate attraverso l’ecografia o soppresse alla nascita); la donna è la porta del diavolo (significato chiaro, affermazione variamente presente in ogni trattato religioso di ogni fede). Mi fermo qui, rammentando l’apparentemente innocuo auguri e figli maschi che non è raro incontrare, anche solo per scherzo, nei pronostici nazionali. E’ nell’intreccio di questi fattori, impastati micidialmente di ossequio della tradizione, di fondamentalismo religioso e di legge patriarcale che origina la drammatica vicenda planetaria della guerra contro le donne, guerra che miete ogni anno vittime a milioni in tempi e luoghi dove infuria la guerra guerreggiata ma che parimenti umilia, schiavizza e uccide metà del genere umano anche dove non suonano le sirene, cadono bombe o esplodono corpi assassini. (Monica Lanfranco, Liberazione 15 agosto 2006)
Succede in varie situazioni di ascoltare o leggere detti, proverbi, massime, aforismi, barzellette denigratorie nei confronti delle donne. In rete si possono trovare pagine di aforismi di dotti e sapienti, particolarmente sarcastiche, con i quali, chi li divulga acriticamente, può dar libero sfogo ai suoi sentimenti, mettendosi in testa un’aureola di cultura, raffinatezza e sottile umorismo, almeno così vorrebbe. Sono e spesso si chiamano aforismi misogini. Un nome squalificante, se la misoginia fosse percepita come squalificante. Però, mi sono accorto che non funziona così. La misoginia, a differenza del razzismo, dell’antisemitismo, dell’omofobia, suscita ilarità invece di suscitare ripugnanza. Così è negli uomini e persino nelle donne, le quali talvolta non mancano di partecipare nella diffusione di battute e luoghi comuni a loro danno. Ricordo una foto di due ragazzi americani. Lei portava, immagino liberamente, una maglietta con su scritto: “proprietà di lui”.
Tempo fa lessi sul blog di Beppe Grillo, un messaggio che diceva: Il problema non è solo che “le religioni, i governi, le aziende, la pubblicità e i maschi sono maschilisti”. Il problema è anche che molte, troppe donne sono a loro volta maschiliste. Le donne maschiliste hanno la “sindrome del colonizzato e dello schiavo”, che consiste nel fatto che un gruppo sociale colonizzato o schiavo condivide la mentalità dei suoi colonizzatori, anziché ribellarsi. Finché ci saranno masse così grandi di donne CONNIVENTI con la mentalità maschilista, il sistema patriarcale e maschilista perdurerà. Come si cantava nelle risaie: “crumire col padrone, son tutte da ammazzar !”
Sarebbe da tutti ritenuto censurabile, una pagina, un thread “leggero e divertente” in cui si elencano frasi e citazioni insultanti nei confronti di ebrei, neri e omosessuali. E sarebbe ancor più inconcepibile veder alimentato un simile thread proprio da un ebreo, da un nero o da un omosessuale. Sarebbe inconcepibile vedere un antisemita, accolto come un simpatico fenomeno da baraccone o persino come il depositario di un legittimo punto di vista, in un forum di cultura ebraica. O di un omofobo, in un forum dedicato agli ebrei. O di un attivista del klu klux klan in un forum afroamericano. Invece, la presenza di un misogino è considerata, se va bene, una simpatica nota di folclore. E per alcune signore, è persino motivo di festa e simpatia. O di competizione tra loro, per ricevere una carezza in più o un insulto in meno.
Come e perchè succede, è un bel (relativamente) mistero. Come dimostra questo tremendo servizio fotografico sulle donne pakistane sfigurate con l’acido muriatico, ma anche il quotidiano stillicidio delle nostre pagine di cronaca nera, e in fondo, tutta la storia dell’umanità, la violenza contro le donne, non ha nulla da invidiare alla violenza contro le altre vittime “storiche”. Forse la differenza sta qui, nel riconoscimento e soprattutto nel riconoscersi. Gli ebrei, i neri, i gay, i pellerossa, hanno coscienza della propria storia, del proprio vissuto, della propria identità storica, di quello che hanno subito e subiscono come soggetto collettivo. In questo riconoscersi, c’è la forza della loro tendenza all’emancipazione. Dato che l’oppressione sessuale, tra tutte le forme di oppressione, è stata e continua ad essere la più grave, anche la conseguenza nella sottomissione è stata e continua ad essere più grave e perciò sconta ancora una capacità soltanto parziale di riconoscersi e di essere reciprocamente solidali.



