Israel lobby, i rapporti tra Usa e Israele
E’ stato segnalato sul mio forum, un lungo (direi prolisso) articolo di Mauro Manno sulla lobby ebraica ameriana, con l’idea, se ho capito bene, di “infrangere un tabù”. Sul tema dei rapporti tra Usa e Israele ho raccolto tempo fa vari articoli in due thread: (Stati Uniti e Israele e Israel lobby?) dove si discute del saggio di John Mearsheimer e Stephen Walt e quindi se e in che misura la Israel lobby influenzi la politica estera americana.
Si consideri che la critica riguarda più gli obiettivi della lobby che non il fatto che si tratti di una lobby. Questa parola in Italia ha un significato negativo, indica il gruppo di pressione di un potente interesse economico che agisce in modo poco trasparente, mentre negli Usa le lobby sono parte integrante e riconosciuta del sistema democratico, il cui consenso è ricercato (o avversato) nel dibattito pubblico.
Anche quella israeliana, al pari di altre lobby, quali quella farmaceutica, del tabacco, dei pensionati, ha un suo potere di influenza. Credo però anche che sia esagerato attribuirle la forza di determinare la politica estera americana, come se invece l’amministrazione americana fosse del tutto subalterna e impotente. Gli Stati Uniti hanno sempre perseguito il controllo delle risorse energetiche e delle rotte di rifornimento e questo è stato l’alfa e l’omega della loro politica, anche in Medio Oriente, ed hanno perciò assecondato Israele nella misura in cui questo convergeva con i propri interessi.
Il caso della guerra all’Iraq è più un esempio di divergenza che di convergenza. Nel 2003 Saddam Hussein stava al 17esimo posto delle preoccupazioni israeliane, nell’area mediorientale, mentre la priorità era rappresentata dall’Iran. Nonostante le pressioni ad agire contro l’Iran, l’amministrazione Bush ha voluto dare la precedenza all’Iraq, per la necessità di controllare un importante produttore di petrolio, dopo la decisione di ritirarsi militarmente dall’Arabia Saudita. Conquista dell’Iraq e ritiro dall’Arabia Saudita sono avvenuti simultaneamente nell’aprile del 2003.
Come deve chiamarsi la Lobby. A me pare corretto chiamare qualsiasi organizzazione con il nome che si è data. Il riferimento ad Israele piuttosto che all’ebraismo mi sembra in genere più corretto, poichè la Lobby ha innanzitutto finalità politiche di tutela degli interessi di Israele e non finalità più generali, culturali, religiose di tutela degli interessi della comunità ebraica negli Stati Uniti. In Italia e in Europa, parliamo invece di Comunità Ebraica, anche in relazione alla loro forma istituzionale organizzativa, in quanto, pur rappresentando spesso il punto di vista di Israele, svolgono un ruolo più complessivo.
In ogni caso, nell’intervenire sul conflitto mediorientale, a me sembra estremamente corretto e opportuno, tenere sempre presente la distinzione tra ebrei, sionisti e israeliani e far valere questa distinzione anche nel linguaggio. La cautela nel lessico, per la storia che abbiamo alle spalle, mi pare d’obbligo. E qui mi rivolgo a chi respinge le accuse di razzismo. Non è materia su cui esercitarsi in distinguo e in disquisizioni anguillesche. Il rifiuto dell’antisemitismo sia netto e senza equivoci, valga come principio di precauzione. Se qualcuno presenta i sintomi della lebbra, anche rischiando di essere ingiusti, non andiamo a sederci vicino a lui. E ciascuno di noi sta attento a non presentare sintomi di malattie che non ha. Sull’antisemitismo valga la stessa regola. Se non sei antisemita, abbi la preoccupazione di non mostrarne i sintomi, abbi la preoccupazione di non sembrarlo. Gli altri non sono tenuti a scoprire chi sei veramente e tu sai benissimo quali gesti, quali parole, quali toni possono generare equivoci. Altrimenti, se non sei un antisemita, sei uno stupido.
Poi, è vero che da parte israeliana tante volte si usa l’accusa di antisemitismo in modo strumentale, contro i pacifisti, la sinistra, l’Europa, etc. Pratica deleteria perchè, paradossalmente, restituisce voce agli antisemiti veri, i quali possono così farsi scudo del diritto di critica. A maggior ragione, non prestare alibi.
Guerra del Caucaso, diritto di secessione, la Nato ai confini della Russia
Nessuno degli attori del conflitto si è mosso nel rispetto del Diritto internazionale. Nella denuncia della “spropositata” o “sproporzionata” reazione russa, è implicita l’ammissione di una responsabilità iniziale della Georgia, a cui la Russia ha, appunto, reagito. La reazione “spropositata” ha avuto come obiettivo la vittoria di una guerra lampo, la cui alternativa poteva essere un lungo e ben più sanguinoso pantano. La Russia ha chiesto la convocazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che però, per le sue divisioni interne, non ha deliberato nulla. Gli Usa, è noto, sono solidali con la Georgia, e forse persino complici della sua impresa militare. Nel conflitto, il tempo e l’effetto sorpresa erano fattori decisivi. L’attacco all’Ossezia del sud è stato deciso mentre Putin era a Pechino per le Olimpiadi e Medvedev in vacanza. Se la Georgia fosse riuscita per tempo a occupare tutto il territorio sud-ossetino e a bloccare il tunnel di Roki, unica via di comunicazione tra Russia e Ossezia del sud, la riconquista georgiana sarebbe stata a quel punto un fatto compiuto, non più rovesciabile, salvo ricorrere da parte russa ad un uso devastante e a tutto campo dell’aviazione contro Tbilisi. – cfr. Astrit Dakli, “La sconfitta americana”, il manifesto 13 agosto 2008
Non pongo ora la questione in termini di diritto, solo constato che il separatismo sud-osseto è una reazione al separatismo georgiano. Poi, sappiamo bene che la Russia è incoerente rispetto a Cecenia e Ossezia, così come gli Usa sono incoerenti rispetto a Ossezia e Kosovo. Però, questo non vuol dire che dobbiamo essere incoerenti anche noi. Personalmente, ritengo che in queste situazioni chi vuole separarsi debba essere aiutato a trovare una soluzione di autonomia amministrativa nell’ambito dello stato in cui si trova. In linea di principio, sono favorevole all’aggregazione tra gli stati, non alle separazioni. Però, non penso che alla fine la soluzione possa essere coercitiva, quindi l’ultima parola, secondo me, spetta alla popolazione interessata. Così come la Georgia ha deciso il suo status con un referendum, anche l’Ossezia del sud, in mancanza di alternative, deve poterlo fare. Infine, c’è la questione che riguarda il confronto tra Stati Uniti e Russia. Se il Caucaso sottomesso alla Russia è inaccettabile, l’idea che in quella regione, a ridosso dei confini russi, possa insediarsi la Nato, con i suoi armamenti puntati contro Mosca, lo è ancora di meno. E’ come se i russi pretendessero di installarsi in America latina. I missili a Cuba quasi provocarono la terza guerra mondiale.

