Il controsenso dell’umorismo
Capita che grasse risate rovesciate dall’alto verso il basso siano seguite da scusanti innocenti: “Scherzavo, non hai il senso dell’umorismo, lo dicevo per ridere, era solo una battuta”. Tra i tanti modi di gettare il sasso e nascondere la mano, c’è anche questo: usare la satira, l’umorismo, l’ironia, come una zona franca, come una frittata da rovesciare, come il travestimento di un intollerante che vuole spacciarsi per dissacratore. L’ironia non è insidacabile, tanto più nella forma del sarcasmo, una modalità di comunicazione ambigua e aggressiva, e difatti ce la permettiamo solo con le persone con cui abbiamo confidenza. Oppure per colpire un avversario. Nella sfera pubblica, se si ritiene che l’ironia sia l’involucro di una diffamazione, può tranquillamente essere oggetto di querela. In ogni caso, può essere oggetto di critica. E perchè no, anche di censura.
Ricordo una trasmissione in cui si presentava una vignetta a Sergio Staino, avente per protagonista un operaio immigrato dal sud. Non ricordo la trama. L’aveva composta l’allora conduttore del TG1, che si dilettava con queste opere. “Le piace?” chiesero a Staino. Rispose no, perché lui considerava satira solo quella che prende di mira i potenti: “se invece se la prende con chi è più debole, non mi fa ridere”. Io penso la stessa cosa: l’umorismo che prende di mira, chi è già stato colpito, discriminato, penalizzato, sottomesso, oppresso, lo trovo di cattivo gusto. E può anche essere una forma ipocrita di esprimere consenso per quella condizione, celandosi dietro un innocente “scherzo”. O semplicemente di considerarla naturale. Dico, può essere, perchè l’ironia è appunto una forma ambigua, e non si può sapere cosa c’è nella testa della gente. A volte non lo si sa neanche per se stessi. D’altra parte, nella testa delle persone possono convivere cose contraddittorie. Perciò, su certe questioni è meglio essere netti e chiari senza possibilità di fraintendimento. Tanto più nella forma della parola scritta, pubblica e pubblicata, che a differenza di quella orale, rimane anche quando una presunta situazione o atmosfera si è esaurita, e perciò assume un crisma diverso. In rete, sui blog, sui forum, sui siti tradizionali, non ci parliamo, ci scriviamo, anzi scriviamo a chiunque sia di passaggio e si soffermi a leggere, oggi e in futuro. La percezione, e quindi il contesto, dei destinatari, non è meno importante di quello del mittente, ed è comunque condizionato dalla natura del mittente.
Chi sfotte chi? Una mostra di vignette sull’olocausto esposta in Israele ed una esposta in Iran (o peggio ancora in Germania), non hanno lo stesso significato. Una vignetta contro Maometto su un giornale occidentale di ispirazione cristiana o su un giornale arabo di ispirazione musulmana, non hanno lo stesso significato. Se sono i bianchi a deridere i neri, i cattolici gli ebrei o i gli islamici, gli uomini le donne, l’umorismo assume un significato controverso, un cattivo odore e invece di suscitare un sorriso, suscita un ghigno. Le donne sono uno dei due sessi e la misoginia le tratta solo per questo. Gli aforismi misogini, nel loro contenuto, sono volgari e violenti, altrimenti non sarebbero misogini. Cosa significano? Che le donne sono cattive, sgualdrine, stupide, bugiarde, etc. Si trattasse di idee del passato sul cui rifiuto c’è unanime consenso, la questione non si porrebbe e il topic sugli aforismi sarebbe una rassegna di reperti archeologici, volti a mostrare quante cose stupide hanno saputo così ben formulare grandi pensatori e letterati: purtroppo non è così e le stesse battute sessiste, razziste, sono anzi spesso testimonianza del contrario. Come scrive Massimo Gramellini: “Nulla rivela l’uomo come la sua barzelletta preferita”.
Donne, violenza e aforismi misogini
Quella sulle donne viene troppo spesso percepita come una violenza light. Coperta da un alone di complicità deresponsabilizzante che la rende più leggera, ne occulta l’ orrore dietro una pseudo-cultura fatta di luoghi comuni, di banalità, di stereotipi duri a morire, di pregiudizi che hanno radici profonde nel maschilismo che ancora circola carsicamente nelle vene della nostra società. (Marino Niola, Repubblica 24 agosto 2008)
Facciamo un gioco: troviamo insieme quante più frasi e aforismi misogini, anche apparentemente lievi e persino ritenuti spiritosi, presenti in ogni tradizione e cultura? Inizio io: donne e buoi dei paesi tuoi (che allude al patto tra uomini sul non interferire in materia di governo delle femmine, bene economico fondamentale equiparato appunto al bestiame); chi dice donna dice danno (che traduce l’inevitabilità della sventura legata al sesso femminile e alla sua frequentazione, e giustifica l’assenza in vaste zone del mondo delle bambine, selezionate attraverso l’ecografia o soppresse alla nascita); la donna è la porta del diavolo (significato chiaro, affermazione variamente presente in ogni trattato religioso di ogni fede). Mi fermo qui, rammentando l’apparentemente innocuo auguri e figli maschi che non è raro incontrare, anche solo per scherzo, nei pronostici nazionali. E’ nell’intreccio di questi fattori, impastati micidialmente di ossequio della tradizione, di fondamentalismo religioso e di legge patriarcale che origina la drammatica vicenda planetaria della guerra contro le donne, guerra che miete ogni anno vittime a milioni in tempi e luoghi dove infuria la guerra guerreggiata ma che parimenti umilia, schiavizza e uccide metà del genere umano anche dove non suonano le sirene, cadono bombe o esplodono corpi assassini. (Monica Lanfranco, Liberazione 15 agosto 2006)
Succede in varie situazioni di ascoltare o leggere detti, proverbi, massime, aforismi, barzellette denigratorie nei confronti delle donne. In rete si possono trovare pagine di aforismi di dotti e sapienti, particolarmente sarcastiche, con i quali, chi li divulga acriticamente, può dar libero sfogo ai suoi sentimenti, mettendosi in testa un’aureola di cultura, raffinatezza e sottile umorismo, almeno così vorrebbe. Sono e spesso si chiamano aforismi misogini. Un nome squalificante, se la misoginia fosse percepita come squalificante. Però, mi sono accorto che non funziona così. La misoginia, a differenza del razzismo, dell’antisemitismo, dell’omofobia, suscita ilarità invece di suscitare ripugnanza. Così è negli uomini e persino nelle donne, le quali talvolta non mancano di partecipare nella diffusione di battute e luoghi comuni a loro danno. Ricordo una foto di due ragazzi americani. Lei portava, immagino liberamente, una maglietta con su scritto: “proprietà di lui”.
Tempo fa lessi sul blog di Beppe Grillo, un messaggio che diceva: Il problema non è solo che “le religioni, i governi, le aziende, la pubblicità e i maschi sono maschilisti”. Il problema è anche che molte, troppe donne sono a loro volta maschiliste. Le donne maschiliste hanno la “sindrome del colonizzato e dello schiavo”, che consiste nel fatto che un gruppo sociale colonizzato o schiavo condivide la mentalità dei suoi colonizzatori, anziché ribellarsi. Finché ci saranno masse così grandi di donne CONNIVENTI con la mentalità maschilista, il sistema patriarcale e maschilista perdurerà. Come si cantava nelle risaie: “crumire col padrone, son tutte da ammazzar !”
Sarebbe da tutti ritenuto censurabile, una pagina, un thread “leggero e divertente” in cui si elencano frasi e citazioni insultanti nei confronti di ebrei, neri e omosessuali. E sarebbe ancor più inconcepibile veder alimentato un simile thread proprio da un ebreo, da un nero o da un omosessuale. Sarebbe inconcepibile vedere un antisemita, accolto come un simpatico fenomeno da baraccone o persino come il depositario di un legittimo punto di vista, in un forum di cultura ebraica. O di un omofobo, in un forum dedicato agli ebrei. O di un attivista del klu klux klan in un forum afroamericano. Invece, la presenza di un misogino è considerata, se va bene, una simpatica nota di folclore. E per alcune signore, è persino motivo di festa e simpatia. O di competizione tra loro, per ricevere una carezza in più o un insulto in meno.
Come e perchè succede, è un bel (relativamente) mistero. Come dimostra questo tremendo servizio fotografico sulle donne pakistane sfigurate con l’acido muriatico, ma anche il quotidiano stillicidio delle nostre pagine di cronaca nera, e in fondo, tutta la storia dell’umanità, la violenza contro le donne, non ha nulla da invidiare alla violenza contro le altre vittime “storiche”. Forse la differenza sta qui, nel riconoscimento e soprattutto nel riconoscersi. Gli ebrei, i neri, i gay, i pellerossa, hanno coscienza della propria storia, del proprio vissuto, della propria identità storica, di quello che hanno subito e subiscono come soggetto collettivo. In questo riconoscersi, c’è la forza della loro tendenza all’emancipazione. Dato che l’oppressione sessuale, tra tutte le forme di oppressione, è stata e continua ad essere la più grave, anche la conseguenza nella sottomissione è stata e continua ad essere più grave e perciò sconta ancora una capacità soltanto parziale di riconoscersi e di essere reciprocamente solidali.

