Xenofobia di stato
Le leggi sull’immigrazione e le relative procedure hanno la funzione di governare il fenomeno, non di infliggere vessazioni inutili, per capitalizzare la xenofobia in consenso elettorale e per mantenere gli immigrati in una condizione di clandestinità al fine di sfruttarli meglio, come avviene nelle norme in discussione in parlamento nell’ambito del disegno di legge sulla sicurezza, con l’intento ufficiale di arginare i flussi.
L’idea secondo cui accogliamo più immigrati di quelli che possiamo ospitare e questa sproporzione sarebbe all’origine del razzismo e della xenofobia, è fuorviante. Lo sviluppo economico determina quali sono i paesi di emigrazione e i paesi di immigrazione. Non succede per equivoco. Nel momento in cui lo sviluppo economico di un paese non è più in grado di assorbire manodopera immigrata, cessa di essere una meta di attrazione. Chi di noi vorrebbe migrare in un posto dove non troverebbe lavoro, casa, assistenza? Gli uomini si sono sempre spostati o per sfuggire ad una cattiva sorte o perchè attratti da una sorta migliore. Le migrazioni sono la conseguenza di guerre, dittature, carestie, povertà. In un mondo diseguale è naturale che uomini e donne dei paesi più poveri cerchino di migrare nei paesi più ricchi. La migrazione è un correttivo della diseguaglianza. E non va sempre male per chi deve accogliere, anzi spesso va bene, perchè i migranti nei paesi ricchi, con il loro lavoro, concorrono alla produzione di ulteriore ricchezza. Succede anche nelle migrazioni interne: il miracolo economico italiano negli anni ‘60 è stato possibile con le migrazioni dal sud al nord. Ogni grande migrazione porta con sè paure, incomprensioni, conflitti, e razzismi, perchè una parte della società accogliente è chiusa. E nel conflitto ci si schiera.
L’antisemitismo, l’omofobia, la misoginia dipendono dal fatto che gli ebrei, gli omosessuali, le donne non trovano lavoro e si mettono a delinquere? Sappiamo bene che il razzismo è un pregiudizio, una forma di ostilità irrazionale che prescinde dal contesto. Corrisponde al bisogno di prendere a calci qualcuno quando ci si sente complessivamente insicuri, quando si ha paura di qualcosa che sfugge. Per gli xenofobi, qualunque cosa facciano, gli immigratii sbagliano. Se non hanno casa, lavoro, se non vanno a scuola, determinano degrado ed emarginazione e questo non va bene. Se invece hanno casa, lavoro, vanno a scuola, e magari si curano nei nostri ospedali e ambulatori, anche questo non va bene, perchè sottraggono risorse a noi (poco importa se ne producono molte di più). Mai sentito degli immigrati che ci portano via il lavoro?
In Italia non esiste il problema di far entrare più gente di quanta riusciamo ad accoglierne: continuamo ad essere, tra i grandi paesi europei, quello con il minor numero di immigrati, sia regolari, sia clandestini, in rapporto alla popolazione autoctona. I nostri “clandestini” non sono solo poveracci che non trovano lavoro e tentano di sopravvivere con attività illegali. I nostri clandestini sono lavoratori che chiedono di essere regolarizzati ed hanno datori di lavoro che vogliono regolarizzarli. Ma il governo non li regolarizza, perchè vuol far valere il primato della sua legge che prevede norme capestro per la regolarizzazione, e un decreto che stabilisce flussi di ingresso ridicoli in rapporto alla domanda di lavoro. Non lo dice la Caritas, il manifesto, o Rifondazione comunista. Lo dice la Confindustria. Facciamo entrare in Italia 65 mila immigrati l’anno (secondo il decreto flussi) a fronte di una richiesta di 200-300 mila lavoratori. Quindi programmiamo centinaia di migliaia di clandestini e siamo arrivati ad averne oltre 650 mila. Occupati, ma irregolari. Su questi, oggi il governo, secondo le proposte della Lega, si appresta a decidere ulteriori vessazioni, prima fra tutte l’impossibilità di trasferire parte dei propri risparmi alle famiglie.
Ma poniamo il caso anche di immigrati che il lavoro non ce l’hanno, poichè può succedere anche a loro di perderlo. La maggior parte arriva in Italia con un permesso di lavoro regolare, ma poi gli succede di venire licenziata. Può, come tutti noi cercarsi un altro lavoro? No, secondo la legge deve subito tornarsene nel proprio paese e solo da lì può sperare di trovare un’altra occupazione. Dunque spendendo soldi per il viaggio, perdendo molto tempo, e precludendosi molte possibilità di nuove assunzioni. Data l’assurdità della legge, questa non viene rispettata. Ora, secondo le nuove proposte, se l’immigrato si ammala e tenta di curarsi, il medico sarebbe obbligato a denunciare il suo stato di irregolarità. Cosa farà secondo te l’immigrato per sottrarsi a questo rischio? Eviterà di curarsi. Poi, sempre i signori che fanno queste proposte, lanciano l’allarme (ormai da 15 anni) che associa gli immigrati al diffondersi di nuove e vecchie malattie. Questa è la razionalità della nostra politica sull’immigrazione. Ecco i nostri clandestini (grazie alla Bossi-Fini).
Il blocco per due anni, serve per produrre nuovi clandestini. A stracciare le condizioni di lavoro non sono gli immigrati in quanto tali, ma il lavoro in nero. La Cgil di Treviso è stata sconfessata dalla Cgil regionale del Veneto e anche dalla direzione nazionale. La Cgil chiede la regolarizzazione di chi ha già un lavoro. La stessa Confindustria, dichiara che: “Sì, la domanda di manodopera straniera è calata, ma il problema non è il blocco dei flussi, bensì la riforma del meccanismo degli ingressi, troppo macchinoso”.
Ad attrarre immigrazione è l’offerta di lavoro, non l’offerta di permessi di soggiorno. Per l’immigrato è già una conquista migliorare la propria condizione rispetto alla situazione da cui proviene. Negli altri paesi europei, per regolarizzarsi è sufficiente avere un lavoro. E non per questo arrivano un milione di nuovi immigrati al mese. La Bossi-Fini esiste solo in Italia. Con i risultati che abbiamo visto. La perdita del potere d’acquisto è data proprio dal lavoro nero, dalle centinaia di migliaia di immigrati, che il governo rifiuta di regolarizzare. E magari lo rifiuta proprio per questo. Alla fine, razzismo e xenofobia servono, non per bloccare e respingere immigrati, ma per tenerli in una condizione di clandestinità, al fine di sfruttarli meglio, sottopagarli, e mediante questa concorrenza sleale, deprimere anche le condizioni del lavoro regolare.
L’unicità della shoah
Succede nei forum di trovarsi di fronte a topic titolati “Genocidi dimenticati”, accompagnati a domande come questa: come mai per il conflitto/odio presunto ebrei/resto del mondo si sprecano fiumi di parole e per altri eccidi non si dice niente? Come se il conflitto fosse simmetrico e gli ebrei una parte belligerante. Intanto, non è proprio con il “resto del mondo”. L’avversione agli ebrei esiste nei paesi dei due monoteismi concorrenti: cristianesimo e islam. Ma non nelle terre dell’induismo, del buddhismo o del confucianesimo. Per quello che ci riguarda, la maggior attenzione al genocidio degli ebrei, ha almeno quattro motivi: 1) E’ avvenuto in casa nostra, in Europa e l’Italia ne è stata coinvolta come principale alleato del Terzo Reich: siamo il paese delle Leggi razziali (1938). E’ qui che dobbiamo darci gli antidoti perchè non si ripeta. E di norma prestiamo più attenzione al nostro mondo. 2) Caso unico nella storia, quel genocidio è stato teorizzato e messo in atto con un sistema burocratico-industriale, per cui ogni elemento coinvolto, proprio come l’operaio della catena di montaggio, non aveva il controllo nè del processo, nè del prodotto, e non se ne sentiva responsabile. 3) La vittima era designata tale, non in virtù dell’esercizio di qualche forma di opposizione, ma in virtù del suo solo essere ebreo. Senza conflitto. Un massacro fine a se stesso, senza guerra civile, senza terra da conquistare, senza popolo ribelle da sottomettere. 4) Quel genocidio è negato, a partire in particolare dagli anni ‘80, da pseudo-storici, simpatizzanti filo-nazisti con grande impatto mediatico. Ed ogni negazione, porta ad una riaffermazione. Anche del genocidio armeno ogni tanto se ne parla, soprattutto per dire e polemizzare con il fatto che la Turchia ancora si rifiuta di riconoscerlo. Per converso, parliamo più del nazismo di qualsiasi altro regime o dittatura.
Il popolo del nemico
Un governo può avere a fondamento della sua politica anche il consenso di una parte del suo popolo, che lo acclama nelle piazze o lo ha eletto democraticamente; ciò però, non dovrebbe far giungere alla conclusione che, allora, sia il popolo ad essere responsabile, o quantomeno corresponsabile, della politica del governo. Una idea di questo tipo può avere implicazioni razziste e anche violente. E’ l’idea che crea lo stereotipo del tedesco nazista e che deve aver fatto sembrare plausibile al nostro presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, apostrofare come Kapò, il presidente degli eurodeputati socialisti Martin Schulz, nel luglio 2003. O peggio ancora, è l’idea in base alla quale, nel 1999, in prima serata televisiva, ospite di Michele Santoro, il politologo Edward Luttwak giustificò i bombardamenti americani su Belgrado, sostenendo che il popolo serbo era corresponsabile della politica di Milosevic, avendolo eletto per due volte, e quindi la guerra contro il regime non poteva che essere anche una guerra contro il popolo serbo. E” un principio che ricorre spesso nel conflitto arabo-israeliano: intervistato dal Weltam Sonntag, che chiedeva conto delle conseguenze sui civili, degli attacchi israeliani, nel luglio 2006, Olmert rispose: (…) La popolazione che finora li appoggiava è in fuga, ha perso case e proprietà, è in collera. In ogni modo, hanno sempre odiato Israele. Hanno concesso rifugi e nascondigli agli Hezbollah. Hanno spesso nascosto in casa le rampe dei razzi (…) Gli Hezbollah sono civili e nascosti tra i civili, non sono un esercito regolare. E capita di leggere, su blog e forum, da parte di qualche sostenitore filo-israeliano, che se i palestinesi hanno votato Hamas, si meritano il blocco economico e l’assedio di Gaza, oppure da qualche sostenitore filo-palestinese (magari antisemita), che il popolo israeliano avendo votato Beghin, Shamir, Netanyahu e Sharon, e avendo prestato servizio militare in Tsahal, è responsabile nel suo complesso della politica israeliana nei confronti del loro vicino. Ma questa responsabilità non può esistere, o almeno non può essere intesa in questo modo. In ogni popolo convivono orientamenti diversi, la maggioranza vota in base alle sue informazioni, i suoi sentimenti, le sue paure, che possono cambiare, i cittadini assolvono i propri doveri, secondo le leggi dello stato, prestano servizio militare, così come pagano le tasse, e talvolta lavorano per fabbriche d’armi, o in un indotto che in qualche modo li rende parte di un ingranaggio che non controllano. L’idea che essi, cittadini, civili, in quanto parte di un popolo, siano corresponsabili delle decisioni dei vertici politici e militari, apre la strada al razzismo in tempo di pace, e alle punizioni collettive e indiscriminate in tempo di guerra.
Colonia, il divieto della manifestazione anti-islamica
A Colonia, le autorità tedesche hanno vietato una manifestazione anti-islamica, attivamente contrastata dalla mobilitazione delle forze democratiche. In Italia, manifestazioni di questo tipo, sia pure a dimensione locale, si svolgono normalmente. Si pensi alla Lega che invade i terreni adibiti alla costruzione delle moschee, con i maiali. Tali manifestazioni andrebbero vietate? E il divieto entrerebbe in contraddizione con la libertà di espressione? Inibire ai razzisti di manifestare e di manifestarsi è in contraddizione con la democrazia? E’ giusto porsi il problema, e porselo ogni volta, ma alla fine la mia risposta è no: le manifestazioni si fanno per i diritti propri, di una parte, di tutti, non contro i diritti di qualcuno. Si possono contestare i privilegi, ma non i diritti. Gli operai scioperano e manifestano per l’aumento dei propri salari. Immaginatevi se scioperassero e manifestassero per chiedere la diminuzione dei redditi o l’aumento delle tasse per i lavoratori autonomi. Se ogni gruppo agisse gli strumenti della partecipazione contro gli altri, sarebbe sempre a rischio la convivenza.
Ci sono diritti che entrano in conflitto con altri diritti. E in quel caso bisogna scegliere, ed è lecito manifestare a favore di una precedenza. In America è un diritto armarsi, tuttavia la pistola può essere uno strumento di difesa, ma anche di minaccia e il diritto a possederne una può violare il diritto alla incolumità e alla vita di altri. Dove circolano più armi, ci sono più omicidi, perciò si manifesta per disarmare. I satanisti non si limitano a pregare. Commettono violenza, uccidono. Perciò, nessuno immagina di fornirgli un luogo dove poterlo fare. Ma la preghiera nelle moschee con tutto questo non c’entra nulla, non fa del male a nessuno, non toglie nulla a nessuno. La laicità non è l’assenza di luoghi di culto, o luoghi di culto per una religione sola. La laicità è libertà religiosa per tutti. Se qualcuno manifesta contro i miei diritti, io voglio poter manifestare contro la sua manifestazione. Se bisogna ammettere ogni manifestazione, allora bisogna ammettere anche le contromanifestazioni ed essere capaci di gestire l’ordine pubblico. Secondo me, ammettere solo le manifestazioni positive, è molto più razionale, salvo diversa valutazione di opportunità.
In fondo, è una contraddizione anche rivendicare la libertà di espressione, per negare la libertà di culto. Eppure la Costituzione riconoscere anche questa libertà, dice che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” (art. 3 Cost.) e dice anche che: “Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività” (art. 20 Cost.). Infatti, se una manifestazione è legittima, allora in linea di principio è anche legittimo soddisfarne la rivendicazione. Se è lecito manifestare contro le moschee, allora è anche lecito chiudere le moschee o inibirne l’edificazione. Ergo: è lecito vietare o limitare per una o più religioni la libertà di culto, la quale è comunque una manifestazione del pensiero, quindi attiene alla libertà di espressione. Se è lecito vietare o limitare la libertà di culto, è lecito vietare o limitare qualsiasi libertà. Anche quella di manifestare. Fissare i limiti della libertà di espressione, è in definitiva una questione politica: dipende dalla scelta di chi si vuole tenere fuori. Io preferisco l’esclusione chi vuole escludere.
L’allarme antisemitismo di Frattini
Ad un convegno dell’Aspen Institute, il ministro degli Esteri Franco Frattini ha lanciato un allarme per la diffusione dell’antisemitismo in Europa, mescolando il pregiudizio antiebraico con il dissenso nei confronti di Israele, preoccupandosi soprattutto di quest’ultimo. Uno studio Usa aggiunge che a crescere in Europa sono anche il pregiudizio e l’ostilità contro l´Islam.
Il fatto è che i razzismi, nella loro diffusione, vanno avanti o indietro tutti insieme. Un razzismo può tirare più di un altro, ma se tira di più, fa semplicemente da traino a tutti gli altri. Lo si può osservare anche nei blog e nei forum. C’è quello fissato contro gli ebrei, quello contro le donne, quello contro gli immigrati, quello contro i gay, quello contro i meridionali. Ma sono ruoli intercambiabili. Per verificarlo, basta chiedere all’antisemita cosa pensa delle femministe o al misogino cosa pensa degli ebrei, e ad entrambi cosa pensano degli extracomunitari. O agli xenofobi cosa pensano del gay pride.
Perciò, Frattini fa bene a lanciare l’allarme sull’antisemitismo, ma dovrebbe associare il suo allarme ad una rigorosa autocritica sulla politica della paura del suo governo, per il senso comune che contribuisce ad alimentare. Perchè funziona così: se metti all’indice un capro espiatorio, i capri espiatori finiscono per essere sempre gli stessi, se fai crescere l’ostilità verso i diversi, tra i diversi, al principio o alla fine, incontri anche gli ebrei.
E dovrebbe inoltre evitare di usare, sia pure in modo implicito, l’antisemitismo come parafulmine contro il dissenso e la critica nei confronti di Israele. So per esperienza, che di questo atteggiamento strumentale, gli antisemiti, quelli veri, sono i primi ad approfittarne. Proprio di recente, ho avuto occasione di ripuntualizzare il mio punto di vista sull’argomento, nel replicare ad un forumista antisemita della Lega Nord, partito alleato del ministro degli Esteri. Come nick usa Padania.
Criticare Israele è antisemitismo? Dipende. Se critichi Israele, vuol dire che per te sbaglia. Commette errori, ingiustizie, crimini. La critica può essere giusta o sbagliata, proporzionata o esagerata, ma fin qui tutto è lecito, poichè ad ogni stato può succedere di essere oggetto di critiche razionali o irrazionali. Le strade tra l’oppositore politico di Israele e il razzista antisemita, si separano, quando ci si pone una domanda, al momento di dare la risposta. Perchè Israele sbaglia? L’oppositore politico troverà la risposta in cause di natura politica: per esempio il colonialismo, la ragion di stato, oppure l’alleanza con gli Usa. L’antisemita troverà la risposta nell’identità ebraica dello Stato d’Israele: gli israeliani sbagliano perchè sono ebrei.
Sul giovane di colore ucciso a sprangate
Fino ad oggi i media hanno amplificato episodi di criminaltà che vedevano per protagonista uno straniero nella parte dell’aggressore e un italiano nella parte della vittima. Oggi si inizia a dare spazio anche a notizie in cui le parti sono invertite. Sul piano del completamento dell’informazione, non vedo come ci si possa lamentare. Si tratta di due modi di informare specularmente allarmistici e strumentali? E se si, chi denuncia la strumentalità oggi, perchè non lo ha fatto ieri? Al contrario, ieri si è fatto più volte divulgatore di notizie ed emergenze urlate e strillate.
Come che sia, l’utilizzo delle notizie a me non sembra uguale. Le notizie che hanno per protagonista negativo uno straniero sono state usate per costruire una immagine negativa degli stranieri. Un romeno aggredisce, ergo i romeni sono aggressori, ergo vanno decisi provvedimenti contro i romeni. La responsabilità individuale si trasforma in colpa collettiva di un intero gruppo e provvedimenti evocati o decisi consistono in punizioni collettive. Abbiamo visto dopo l’omicidio Reggiani, una giunta comunale mettersi a sgomberare i campi rom, e un governo riunirsi d’urgenza e decretare per facilitare l’espulsione dei romeni. Oggi, di fronte all’assassinio di un ragazzo di colore ad opera di due italiani, assistiamo a qualcosa di simile? Qualcuno invoca qualcosa del genere? Una giunta, un governo si riuniscono d’urgenza? Decidono provvedimenti contro un soggetto collettivo? Contro i baristi? Contro i milanesi? Qualcuno invoca qualcosa del genere? Nulla di tutto questo, anzi pare già un azzardo l’idea del sindaco Moratti di partecipare ai funerali. Quando si tratta di noi, della nostra tribù, è chiaro e lampante che confondere la colpa di un individuo con la colpa di un gruppo, è una cosa fuori del mondo, una follia che suscita anche indignazione.
Si discute semplicemente se nel delitto vi sia una matrice razzista. E la si riconduce alla responsabilità individuale di chi ha compiuto il delitto. Entrambi gli autori sono reo-confessi, anche rispetto agli insulti razzisti che hanno pronunciato mentre uccidevano. E’ interessante osservare come chi ha responsabilità di governo, a cominciare dal presidente del consiglio, si affanni con sicumera a negare la presenza nell’omicidio di Abba di qualsiasi connotato razzistico. Cosa si teme, che il razzismo faccia una brutta figura? O ci si sente in qualche modo chiamati in causa, per le proprie politiche un po’ legiferate e molto dichiarate? Il razzismo di cui si parla non è una teoria, una ideologia a cui si aderisce consapevolmente. E’ una subcultura, un atteggiamento, un istinto, qualcosa che agisce nei meandri della nostra mente, nel nostro subconscio, di cui magari ci vergognamo anche quando ci accorgiamo che affiora, e che comunque neghiamo sempre.
Si può vedere la causa prima che ha scatenato la reazione dei due negozianti nel furto (di una scatola di biscotti) o nell’espasperazione per aver subito prima altri furti, ma anche se fosse, per far traboccare fino al delitto il vaso dell’esasperazione, anche una sola goccia di razzismo può essre stata sufficiente. E probabilmente lo è stata. Il pm, nel suo atto di accusa ha sgomberato il campo da tale questione, ritenendola probabilmente controversa, e ha parlato di omicidio volontario per “futili motivi“. Per “futili motivi” si uccide una vita che a cui si attribuisce poco o nessun valore.
Ora, ammesso e riconosciuto che ci muoviamo su una linea di confine molto labile, quello che ci interessa, sul piano del dibattito pubblico è la responsabilità pubblica, per quello che le compete. I media, l’autorità politica, che lo vogliano o no, fanno pedagogia, contribuiscono a formare un senso comune. Con la loro informazione, le loro dichiarazioni, le loro leggi, insegnano, trasmettono valori, delineano un modello sociale e una morale pubblica. Cosa ci insegnano rispetto agli stranieri? Che siamo uguali o che siamo diversi? E se siamo diversi come si può sfuggire al giudizio di una differenza di valore? Per entrambi vale la stessa legge o un diritto binario? Per entrambi vale la presunzione di innocenza o per una parte (quella straniera) la presunzione di colpevolezza? E poi cosa ci insegnano rispetto alla proprietà? Che vale di più o di meno della vita umana? Cosa ci insegnano rispetto alla giustizia? E’ lecito o no farsi giustizia da sé? C’è differenza oppure no tra legittima difesa e vendetta? Cosa è implicito nella legittimazione delle ronde o nell’estensione del concetto di legittima difesa alla difesa della proprietà? Non c’è nessun automatismo, ma in situazioni labili, che agiscono su confini labili, questo modo di pensare, questo sistema valoriale, elevato a governo, cosa costituisce, una remora o un incentivo? Se stai in bilico, da che parte ti fa cadere?
Apartheid mentale
Fobie e razzismi danno luogo ad un apartheid mentale, una mentalità dissociata, diisguntiva, dicotomica, per cui l’altro, il diverso, lo straniero, è nello stesso tempo sopra di noi e sotto di noi, il male e il meglio, diavolo e angelo insieme. Ma, non è come noi. Due esempi. 1) L’altro, il diverso, è un essere inferiore, ma anche superiore. L’attribuzione di una superiorità al soggetto discriminato è uno dei tanti moduli della discriminazione. Viene praticato con le donne, con gli ebrei, gli omosessuali, i neri. Quante volte abbiamo letto che: le donne sono dotate di un potere intrinseco, gli ebrei sono intelligentissimi e geniali, tutti premi Nobel; gli omosessuali sono dotati di talento e sensibilità eccezionali, tutti scrittori e artisti; i neri sono più forti, più belli, etc, tutti grandi campioni dello sport, e ovviamente, super amatori. Affermare che l’altro è superiore, è l’estrema ratio per non ammettere che siamo pari. Il fatto è che di solito, invertendo il rapporto, la conseguenza sociale non cambia. Siete inferiori, quindi per conseguenza proporzionale, nella gerarchia sociale dovete stare sotto. Siete superiori, quindi per reazione compensativa, nella gerarchia sociale dovete stare sotto. 2) L’altro, il diverso in astratto nella sua generalità fa schifo, ma come individuo in carne ossa, nel rapporto con noi può essere persino oggetto d’amore. Le donne sono tutte puttane, ma la nostra mamma, la nostra sorella, la nostra mogliettina, la nostra figlia, sono le creature più sante dell’universo. Gli immigrati sono delinquenti e criminali, ma il lavoratore immigrato che lavora per noi è una brava persona. Probabilmente, molti antisemiti hanno avuto amici ebrei a cui hanno voluto molto bene e molti schiavisti hanno amato i loro schiavi. Cane è uno spregevole insulto, ma adoriamo il nostro cagnolino, talvolta è il membro più amato della famiglia. Disprezzabile o adorabile, purchè, perchè, docilmente sottomesso. Forse, nel rapporto di potere, questa dissociazione, è soltanto il doppio modulo del bastone e della carota.
Il controsenso dell’umorismo
Capita che grasse risate rovesciate dall’alto verso il basso siano seguite da scusanti innocenti: “Scherzavo, non hai il senso dell’umorismo, lo dicevo per ridere, era solo una battuta”. Tra i tanti modi di gettare il sasso e nascondere la mano, c’è anche questo: usare la satira, l’umorismo, l’ironia, come una zona franca, come una frittata da rovesciare, come il travestimento di un intollerante che vuole spacciarsi per dissacratore. L’ironia non è insidacabile, tanto più nella forma del sarcasmo, una modalità di comunicazione ambigua e aggressiva, e difatti ce la permettiamo solo con le persone con cui abbiamo confidenza. Oppure per colpire un avversario. Nella sfera pubblica, se si ritiene che l’ironia sia l’involucro di una diffamazione, può tranquillamente essere oggetto di querela. In ogni caso, può essere oggetto di critica. E perchè no, anche di censura.
Ricordo una trasmissione in cui si presentava una vignetta a Sergio Staino, avente per protagonista un operaio immigrato dal sud. Non ricordo la trama. L’aveva composta l’allora conduttore del TG1, che si dilettava con queste opere. “Le piace?” chiesero a Staino. Rispose no, perché lui considerava satira solo quella che prende di mira i potenti: “se invece se la prende con chi è più debole, non mi fa ridere”. Io penso la stessa cosa: l’umorismo che prende di mira, chi è già stato colpito, discriminato, penalizzato, sottomesso, oppresso, lo trovo di cattivo gusto. E può anche essere una forma ipocrita di esprimere consenso per quella condizione, celandosi dietro un innocente “scherzo”. O semplicemente di considerarla naturale. Dico, può essere, perchè l’ironia è appunto una forma ambigua, e non si può sapere cosa c’è nella testa della gente. A volte non lo si sa neanche per se stessi. D’altra parte, nella testa delle persone possono convivere cose contraddittorie. Perciò, su certe questioni è meglio essere netti e chiari senza possibilità di fraintendimento. Tanto più nella forma della parola scritta, pubblica e pubblicata, che a differenza di quella orale, rimane anche quando una presunta situazione o atmosfera si è esaurita, e perciò assume un crisma diverso. In rete, sui blog, sui forum, sui siti tradizionali, non ci parliamo, ci scriviamo, anzi scriviamo a chiunque sia di passaggio e si soffermi a leggere, oggi e in futuro. La percezione, e quindi il contesto, dei destinatari, non è meno importante di quello del mittente, ed è comunque condizionato dalla natura del mittente.
Chi sfotte chi? Una mostra di vignette sull’olocausto esposta in Israele ed una esposta in Iran (o peggio ancora in Germania), non hanno lo stesso significato. Una vignetta contro Maometto su un giornale occidentale di ispirazione cristiana o su un giornale arabo di ispirazione musulmana, non hanno lo stesso significato. Se sono i bianchi a deridere i neri, i cattolici gli ebrei o i gli islamici, gli uomini le donne, l’umorismo assume un significato controverso, un cattivo odore e invece di suscitare un sorriso, suscita un ghigno. Le donne sono uno dei due sessi e la misoginia le tratta solo per questo. Gli aforismi misogini, nel loro contenuto, sono volgari e violenti, altrimenti non sarebbero misogini. Cosa significano? Che le donne sono cattive, sgualdrine, stupide, bugiarde, etc. Si trattasse di idee del passato sul cui rifiuto c’è unanime consenso, la questione non si porrebbe e il topic sugli aforismi sarebbe una rassegna di reperti archeologici, volti a mostrare quante cose stupide hanno saputo così ben formulare grandi pensatori e letterati: purtroppo non è così e le stesse battute sessiste, razziste, sono anzi spesso testimonianza del contrario. Come scrive Massimo Gramellini: “Nulla rivela l’uomo come la sua barzelletta preferita”.
Donne, violenza e aforismi misogini
Quella sulle donne viene troppo spesso percepita come una violenza light. Coperta da un alone di complicità deresponsabilizzante che la rende più leggera, ne occulta l’ orrore dietro una pseudo-cultura fatta di luoghi comuni, di banalità, di stereotipi duri a morire, di pregiudizi che hanno radici profonde nel maschilismo che ancora circola carsicamente nelle vene della nostra società. (Marino Niola, Repubblica 24 agosto 2008)
Facciamo un gioco: troviamo insieme quante più frasi e aforismi misogini, anche apparentemente lievi e persino ritenuti spiritosi, presenti in ogni tradizione e cultura? Inizio io: donne e buoi dei paesi tuoi (che allude al patto tra uomini sul non interferire in materia di governo delle femmine, bene economico fondamentale equiparato appunto al bestiame); chi dice donna dice danno (che traduce l’inevitabilità della sventura legata al sesso femminile e alla sua frequentazione, e giustifica l’assenza in vaste zone del mondo delle bambine, selezionate attraverso l’ecografia o soppresse alla nascita); la donna è la porta del diavolo (significato chiaro, affermazione variamente presente in ogni trattato religioso di ogni fede). Mi fermo qui, rammentando l’apparentemente innocuo auguri e figli maschi che non è raro incontrare, anche solo per scherzo, nei pronostici nazionali. E’ nell’intreccio di questi fattori, impastati micidialmente di ossequio della tradizione, di fondamentalismo religioso e di legge patriarcale che origina la drammatica vicenda planetaria della guerra contro le donne, guerra che miete ogni anno vittime a milioni in tempi e luoghi dove infuria la guerra guerreggiata ma che parimenti umilia, schiavizza e uccide metà del genere umano anche dove non suonano le sirene, cadono bombe o esplodono corpi assassini. (Monica Lanfranco, Liberazione 15 agosto 2006)
Succede in varie situazioni di ascoltare o leggere detti, proverbi, massime, aforismi, barzellette denigratorie nei confronti delle donne. In rete si possono trovare pagine di aforismi di dotti e sapienti, particolarmente sarcastiche, con i quali, chi li divulga acriticamente, può dar libero sfogo ai suoi sentimenti, mettendosi in testa un’aureola di cultura, raffinatezza e sottile umorismo, almeno così vorrebbe. Sono e spesso si chiamano aforismi misogini. Un nome squalificante, se la misoginia fosse percepita come squalificante. Però, mi sono accorto che non funziona così. La misoginia, a differenza del razzismo, dell’antisemitismo, dell’omofobia, suscita ilarità invece di suscitare ripugnanza. Così è negli uomini e persino nelle donne, le quali talvolta non mancano di partecipare nella diffusione di battute e luoghi comuni a loro danno. Ricordo una foto di due ragazzi americani. Lei portava, immagino liberamente, una maglietta con su scritto: “proprietà di lui”.
Tempo fa lessi sul blog di Beppe Grillo, un messaggio che diceva: Il problema non è solo che “le religioni, i governi, le aziende, la pubblicità e i maschi sono maschilisti”. Il problema è anche che molte, troppe donne sono a loro volta maschiliste. Le donne maschiliste hanno la “sindrome del colonizzato e dello schiavo”, che consiste nel fatto che un gruppo sociale colonizzato o schiavo condivide la mentalità dei suoi colonizzatori, anziché ribellarsi. Finché ci saranno masse così grandi di donne CONNIVENTI con la mentalità maschilista, il sistema patriarcale e maschilista perdurerà. Come si cantava nelle risaie: “crumire col padrone, son tutte da ammazzar !”
Sarebbe da tutti ritenuto censurabile, una pagina, un thread “leggero e divertente” in cui si elencano frasi e citazioni insultanti nei confronti di ebrei, neri e omosessuali. E sarebbe ancor più inconcepibile veder alimentato un simile thread proprio da un ebreo, da un nero o da un omosessuale. Sarebbe inconcepibile vedere un antisemita, accolto come un simpatico fenomeno da baraccone o persino come il depositario di un legittimo punto di vista, in un forum di cultura ebraica. O di un omofobo, in un forum dedicato agli ebrei. O di un attivista del klu klux klan in un forum afroamericano. Invece, la presenza di un misogino è considerata, se va bene, una simpatica nota di folclore. E per alcune signore, è persino motivo di festa e simpatia. O di competizione tra loro, per ricevere una carezza in più o un insulto in meno.
Come e perchè succede, è un bel (relativamente) mistero. Come dimostra questo tremendo servizio fotografico sulle donne pakistane sfigurate con l’acido muriatico, ma anche il quotidiano stillicidio delle nostre pagine di cronaca nera, e in fondo, tutta la storia dell’umanità, la violenza contro le donne, non ha nulla da invidiare alla violenza contro le altre vittime “storiche”. Forse la differenza sta qui, nel riconoscimento e soprattutto nel riconoscersi. Gli ebrei, i neri, i gay, i pellerossa, hanno coscienza della propria storia, del proprio vissuto, della propria identità storica, di quello che hanno subito e subiscono come soggetto collettivo. In questo riconoscersi, c’è la forza della loro tendenza all’emancipazione. Dato che l’oppressione sessuale, tra tutte le forme di oppressione, è stata e continua ad essere la più grave, anche la conseguenza nella sottomissione è stata e continua ad essere più grave e perciò sconta ancora una capacità soltanto parziale di riconoscersi e di essere reciprocamente solidali.
Più immigrati e meno reati
Dal 1992 ad oggi, la presenza dei migranti in Italia è aumentata del 600%. L’andamento dei reati invece è diminuito, come si può leggere nella tabella qui di fianco a destra. Perciò, la convinzione secondo cui più immigrati comportino più criminalità, è solo l’indicatore di un notevole aumento del razzismo. Non so dire, in quale percentuale.
Gli omicidi si sono più che dimezzati tra il 1990 e il 2004: da 1773 sono passati a 714. E’ vero che sono diminuiti di più al Sud, dopo che sono finite le guerre di mafia, ma anche nelle regioni del Nord dove si sono concentrati gli immigrati sono molto decresciuti: da 135 in Lombardia nel 1990 a 91 nel 2004. Da 44 a 31 in Emilia Romagna, e così via. Nel Nord sono diminuiti meno perché partivano già da una base più ridotta. Le rapine cruente, quelle più feroci dove si spara e muore qualcuno, hanno provocato 118 morti nell’Italia del 1990, e solo 18 nel 2003. In Lombardia gli omicidi per rapina sono passati da 11 a 3. In Piemonte da 5 a 1. In Emilia Romagna da 6 a zero (cfr. Pino Arlacchi). Si riferisce che gli stranieri sono il 39% dei denunciati per violenza sessuale. Ma solo il 9% delle donne denuncia la violenza sessuale e il 70% delle vittime lo sono dei mariti e sono mogli di nostri connazionali. Dunque, si tratta del 39% di un 9%.
Così come, gli immigrati ci sostituiscono, in parte, nei lavori più umili di ogni attività: nei cantieri, negli ospedali, nelle famiglie, così avviene nelle attività criminose. Tuttavia, con il passare degli anni gli stessi immigrati hanno partecipato alla diminuzione dei reati. Prendiamo il dato del reato più grave, l’omicidio. Dal 1988, le denunce per omicidio a carico di stranieri sono aumentate di 5,3 volte, ma gli stranieri sono aumentati di 6,25 volte. Quindi, in proporzione al numero degli stranieri, nel corso degli anni, le denunce sono diminuite. Nel complesso, allora, anche gli stranieri partecipano alla diminuzione del numero dei reati.
Inoltre, come ammettono le statistiche istat, e i rapporti del ministero dell’interno, gli immigrati regolari delinquono in proporzione nella stessa misura degli italiani. Il problema riguarda gli irregolari, ed è perciò legato alla loro condizione di irregolarità. Soprattutto nei primi sei mesi di permanenza. Da qui, l’esigenza di una politica che favorisca la regolarizzazione. La politica opposta, quella della chiusura, del respingimento, della caccia allo straniero, ha come effetto quello di costringere i migranti nella clandestinità e di farne così massa di reclutamento per la criminalità organizzata.












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