Falsi leader a capo di molte imprese
Il precariato serve ad abbassare il costo del lavoro di una imprenditoria stracciona, priva di un senso di responsabilità sociale, incapace di competere sull’innovazione tecnologica e sulla qualità dei suoi prodotti.
Per giustificarlo, si ricorre a tanti pretesti. Per esempio l’assenteismo, i falsi malati. Montezemolo che pure è un imprenditore “grande”, ben prima di Brunetta avviò la campagna contro i fannulloni, lamentando che i lavoratori in un anno stanno a casa un mese per le ferie e un mese per permessi e malattie. Come se questi non fossero tempi e pause di recupero normali. Così il precariato viene usato per non pagare le malattie, ma anche per non pagare le ferie. Perchè? Si teme si tratti di false ferie? In ogni caso, a proposito di malati veri o falsi, meglio una persona sana a casa, che una persona malata al lavoro. Se le persone sane vengono trattate bene, con equità, adeguatamente motivate, al lavoro ci vanno.
Nonostante l’accusa di voler evitare il lavoro, con la caduta del potere d’acquisto dei salari,sono gli stessi lavoratori a chiedere di poter fare lo straordinario. Entrambi gli schieramenti elettorali, PD e PDL, hanno proposto la detassazione degli straordinari, misura vista con favore (purtroppo) secondo tutti i sondaggi, anche dalla maggioranza dei lavoratori dipendenti. Le cause della caduta del potere d’acquisto, non riguardano certo un orario troppo corto, sono almeno tre. 1) L’abolizione della scala mobile. 2) L’indisponibilità degli imprenditori a redistribuire gli aumenti di produttività. 3) La speculazione sui prezzi.
Non esiste nessuna prova statistica che dimostri che i precari, sentendosi sotto ricatto, siano più produttivi dei lavoratori regolari. Semmai il contrario, dato che sono spesso più giovani, inesperti, e demotivati dall’assenza di prospettive di stabilizzazione o di carriera. Piuttosto, è vero che gli imprenditori non sono disposti a redistribuire gli aumenti di produttività, se non in un rapporto di 9 a 1. Fossero meno ingordi, i loro dipendenti sarebbero certo più motivati a produrre.
E’ indicativo che negli esempi contro i “fannulloni” siano citate anche le assenze per un raffreddore. Come se i raffreddori non dovessero essere curati e in mancanza di cura non comportassero il rischio di complicazioni. Dipende dalle persone, dalle condizioni di lavoro e di trasporto per recarsi al lavoro. Nelle malattie di origine batterica o virale, il lavoro può essere più o meno un disagio, ma il pericolo viene dal contatto con gli altri, soprattutto nei luoghi pubblici. Per malato, non intendo una persona in punto di morte o che non si regge in piedi. Intendo solo un malato. Queste accuse sono generalizzazioni di comodo, facilmente ricambiabili. Incominciano i datori a dare il buon esempio, nel rispetto dei contratti, delle norme di sicurezza, nella dichiarazione dei redditi, nella redazione del bilancio aziendale. Siano autentici e veritieri, senza pretendere impunità e depenalizzazioni. In tal modo, saranno stimati e imitati dai loro dipendenti.
Si invocano i controlli fiscali (per i “fannulloni”, non per gli evasori) Avere un medico fiscale per ogni giorno di malattia è impossibile, sia gratis, sia a pagamento. E’ sufficiente stabilire che il certificato medico sia emesso da un dottore del SSN. Che è poi una delle misure introdotte dai provvedimenti di Brunetta, per il pubblico impiego, tra tante, almeno una misura condivisibile. Il problema dell’assenteismo (problema confiato ad arte) si risolve solo motivando, incentivando i lavoratori. Le lotte degli anni ‘70 sono iniziate nel 1969, la scintilla scoppiò a Mirafiori: un operaio arrivò a farsi la cacca nei pantaloni mentre stava alla catena di montaggio, perchè gli era stato ripetutamente vietato di andare al gabinetto. Imprenditori, invece di accusarli di essere falsi, prendi sul serio i bisogni dei vostri dipendenti.
Controlli, sanzioni, divieti, minacce, licenziamenti e rappresaglie sproporzionate, fanno pensare ad un ambiente pesante nel quale i rapporti sono cattivi, e soprattutto, tendono a incattivirsi in una spirale degenerativa. Un posto dove si rimane a lavorare se e fino a quando non si trova un posto meno peggiore, in cui ci si libera prima delle persone che alla fine possono permettersi una alternativa, realizzando una sorta di selezione alla rovescia. Proprietà e leadership spesso coincidono, ma non sono la stessa cosa. La proprietà è un dato di fatto, la leadership, l’essere riconosciuto come il leader, implica una legittimazione che bisogna conquistarsi sul campo e poi mantenere giorno per giorno. Il ricorso a metodi autoritari e vessatori, che appartengono ancora ad una classe di imprenditori che continua ad avere la mentalità dei padroni delle ferriere, indicano un evidente difetto di autorevolezza.
Falsi sani al lavoro
La campagna anti-fannulloni (non nuova), sta suscitando consensi e dissensi. Partita aperta, dunque, ma è questa la partita che vogliamo giocare? Davvero lo scandalo oggi in Italia è dato dai tanti o pochi statali che fingono di essere malati per evitare il lavoro o praticarne un secondo (magari per insufficienza retributiva)? Mettere in cima alle attenzioni dell’opinione pubblica il tema dei cosiddetti fannulloni è uno dei tanti rovesciamenti della realtà. Lo scandalo vero, oggi forse anche più di ieri, sono i falsi sani costretti a recarsi al lavoro, per non perderlo o perchè non ce la fanno a guadagnare abbastanza per sopravvivere.
Gli italiani in Europa lavorano di più e guadagnano di meno: È questa la fotografia del Belpaese che emerge dall’Outlook sull’occupazione dell’Ocse. In base ai dati dell’organizzazione di Parigi il salario medio annuo in Italia nel 2006 è stato pari a 31.995 dollari, il 19,5% in meno rispetto ai 39.743 dollari della media Ocse e il 17% in meno della media di Eurolandia (38.759). Eppure gli italiani sono tra quelli che lavorano di più: nel 2007 la media è stata di 1.824 ore contro le 1.814 del 2006, un valore inferiore solo a Repubblica Ceca (1.985), Ungheria (1986), Polonia (1976) e Messico (1.871) – AGI, 2.07.2008
Tra loro, vi sono sempre più persone che si recano al lavoro con la febbre o con la tosse anche quando dovrebbero restare a casa almeno tre o quattro giorni per curarsi: “Non si tratta di isolati stakanovisti ma di milioni di italiani: quelli che appartengono a categorie non protette: precari, stagionali,lavoratori ordinari, ma anche artigiani e liberi professionisti. Tutte persone che non si possono permettere l’assenza dal lavoro e la conseguente decurtazione della busta paga o della parcella, sempre che ce l’abbiano.” Vedi l’intervista al sociologo Emilio Reyneri. Per questa situazione non ci sono campagne, nè provvedimenti, nè carote, nè bastoni. Nessun risanatore improvvisato. Non solo, è questa la realtà assunta come normale, alla quale si dovrebbe equiparare il pubblico impiego, secondo un principio di livellamento al ribasso. La malattia non è una colpa. Chi è malato deve poter rimanere a casa, curarsi, terminare la convalescenza, ed essere retribuito. Ai datori di lavoro che non lo permettono, è a questi – per fare una concessione al linguaggio di Brunetta – che bisogna dare la caccia.
Repubblica assenteista (anche l’effetto serra è una bufala)
Repubblica è stato tra i quotidiani che hanno dato maggiore spazio allo spot pubblicitario di Brunetta sull’effetto omonimo: il presunto calo dell’assenteismo nella pubblica amministrazione, in seguito ai provvedimenti e alla campagna anti-fannulloni. Qualche accenno alle confutazioni sindacali è stato concesso, ma solo di sfuggita. Già reduce da una predica di tolleranza, in merito alla pubblicazione delle vignette, oggi sull’argomento dei numeri contrapposti torna Michele Serra, nella sua amaca quotidiana, proprio per lamentare la guerra tra i numeri: i dati di Brunetta contro i dati della Cgil: così il cittadino non capisce più nulla; sedetevi ad un tavolo e mettetevi d’accordo, farete la figura dei galantuomini. Sarà. Ma Michele Serra, la Repubblica e l’informazione tutta che figura ci fanno a fare da passacarte? Non sanno analizzare i dati, indagare su come sono stati composti, valutare chi può avere torto e chi ragione? Per sapere che Brunetta spara le sue cifre e i sindacati non sono d’accordo, basta guardare il telegiornale o leggere qualche dispaccio di agenzia. Il giornale, il più letto nella nazione, potrebbe appronfondire invece di lamentarsi. Su Repubblica scrive Tito Boeri, che gestisce un sito di politica economica molto blasonato: lavoce.info. Questo sito teneva una rubrica titolata “Vero o falso?”. Potrebbe dedicarvi una puntata all’andamento dell’assenteismo tra gli statali e poi farne un resoconto su Repubblica. Troppo facile, temo che la campagna contro gli statali, in fondo in fondo, al giornale fondato da Eugenio Scalfari, non dispiaccia poi troppo. Intanto, risegnaliamo alcune analisi trovate tra le pieghe della blogsfera: l’effetto Brunetta è una bufala – Ma c’è davvero un’effetto Brunetta?
Brunetta contro i “fannulloni”?
Questo governo, un governo di fissati, secondo Edmondo Berselli, procede per capri espiatori. Il ministro della funzione pubblica, Renato Brunetta, in virtù della sua delega, ne ha trovato uno perfetto: l’impiegato statale, il cosiddetto “fannullone”. Al resto della popolazione appare un privilegiato. Il suo lavoro non costa fatica, la sua retribuzione magari è scarsa, ma il suo posto è supersicuro, non può essere licenziato. Come ha ottenuto quel posto? Sarà stato raccomandato. Un posto inutile, frutto di logiche clientelari. Quando gli telefoni non ti risponde, o ti risponde tardi e quando ti risponde le sue risposte sono incomprensibili, evasive, generiche, burocratiche, oppure ti rimanda ad un altro numero, l’ufficio competente è sempre quello di un altro. Allo sportello è pure scortese, nervoso, annoiato, lento, perditempo. Dunque, se gli zingari, i romeni, gli extracomunitari, i lavavetri, gli accattoni, da soli non ce la fanno ad catalizzare tutta la nostra rabbia, la nostra voglia di prendere a calci nel sedere qualcuno, perchè siamo disoccupati, precari, sfruttati, ecco che interviene l’utilità sociale del lavoratore statale. E’ persino un pizzico più forte, più tutelato di noi. A prendercela con lui, non abbiamo neppure motivo di sentirci vigliacchi.
Brunetta ci sta costruendo sopra la sua momentanea fortuna, e come il disco (rotto) dell’estate, è subito balzato in testa alla classifica dei favore popolare, pur non essendo del tutto scevro dai peccati che denuncia. Un colpo dopo l’altro: l’annuncio minaccioso della lotta, (“i fannulloni vanno licenziati, daremo la caccia agli imboscati”) la messa alla gogna, pubblicazione delle vignette anti-fannulloni sul sito del ministero usato come un blog personale o di partito, poi il decreto: decurtazione dello stipendio per i primi dieci giorni di malattia; visita del medico fiscale fin dal primo giorno, aumento dell’orario di reperibilità del malato, dalle otto di mattina alle 20 della sera, in pratica gli arresti domiciliari. Nel caso sia un single e debba comprarsi le medicine, può prendere visione delle farmacie comunali aperte di notte. E’ vero che il ministro dell’interno si è già bruciato la proclamazione dello stato di emergenza nazionale, ma finchè non arriva a decretare il coprifuoco, questa possibilità, al presunto e sospetto malato, è ancora consentita.
Per gli scettici è già pronto un consuntivo: l’assenteismo è crollato a luglio del 37%. Come sia stato composto questo dato, non lo so, non ho letto i dossier, ma se lo fornisce Brunetta sarà senz’altro vero. Perchè non credergli? E’ vero che il calo dell’assenteismo pare fosse una tendenza già in atto, confrontando i dati del 2005 con quelli del 2006 – Dati del MFP, Repubblica 20.07.2008 – su cui poteva sorgere l’idea di approfittarne per costruirci sopra una bella operazione di immagine, scambiando un rapporto di associazione con un rapporto di causa ed effetto. Ma forse no, magari l’effetto, almeno in parte, è reale. Dipenderà dai provvedimenti in sè, o dalla forte campagna mediatica, dal sentirsi sotto i riflettori? Se prevale la seconda motivazione, l’effetto è destinato ad estinguersi insieme con l’attenzione, a meno che il ministro non sia capace di fare l’agitatore per tutto il suo mandato. Venticinquemila lavoratori in più in ufficio è un bel dato, ma in termini produttivi cosa ha cambiato, quante pratiche in più, quali risultati di efficienza? Invece che con la moglie a casa si può stare con l’amante in ufficio, invece che giocare al solitario a casa, si può giocare a briscola in ufficio, invece che fare la maglia a casa la si può fare in ufficio, invece di fare la spesa da assenteista, la si può fare da presenzialista, con tanto di cartellino timbrato, ma cosa cambia per l’utenza? Magari no, se ne sono semplicemente andati in ferie. Come che sia, non tutti sono d’accordo sull’efficacia dei risultati, si veda: l’effetto Brunetta è una bufala – Ma c’è davvero un’effetto Brunetta? D’altra parte, il ministro non ama dilungarsi in risposte e chiarimenti, a domande e richieste di spiegazioni, come si evince dal trattamento ricevuto da chi ha provato a intervistarlo sul serio. Vedi Left.
Ecco, ho ceduto alla tentazione di assecondare i luoghi comuni sul pubblico impiego per rovesciarli contro la politica ministeriale. E’ vero, ci sono tanti impiegati che non fanno niente, ma in tanti sono vittima di una sorta di mobbing involontario (si spera): non fanno niente perchè nessuno gli dà niente da fare. Oppure lavorano a spizzichi: una fotocopia qua, un fax là, un protocollo, una spedizione, e poi tante ore a far nulla, perchè non c’è nulla, in quell’ufficio, in quel settore, mentre magari poco più in là si è oberati, si fanno gli straordinari. Oppure non c’è nulla per una settimana e poi il lavoro arriva tutto di un colpo. Immagino, però, che costruire un efficace spot pubblicitario su una politica di razionalizzazione strutturale, sia complicato. C’è un difetto di conoscenza e c’è una informazione che indaga poco. Per esempio, sarebbe interessante avere l’identikit prevalente dell’assenteista: Uomo o donna? Giovane o vecchio? Alta o bassa qualifica? Statali o enti locali? Nord o sud? Per esempio, sull’assenteismo quanto incide lo squilibrio della divisione sessuale del lavoro domestico?
La politica del ministro riduce tutto ad un po’ di furbizia da punire, senza indicare cause e soluzioni, qualche bastonata e via. Una politica che questo governo mai adotterebbe contro gli evasori fiscali, che invece sono moralmente giustificati, vanno compresi, aiutati, condonati, incentivati, e comunque non è giusta l’accusa indiscriminata verso intere categorie di commercianti, artigiani, lavoratori autonomi, imprenditori, etc. Contro gli impiegati statali invece pare sia giusto. E così se tra essi qualcuno si ammala per davvero, deve pagare come se fosse una sua colpa. Una politica, per ora fortunata, che ha già rimediato le sue figuracce, come l’aver sollevato la protesta dei donatori di sangue o il malcontento di polizia e vigili del fuoco. Sono i prezzi della propaganda e magari anche dell’avvio di una ulteriore deregulation, di una privatizzazione del rapporto di lavoro pubblico, del progetto di rendere i lavoratori pubblici uguali a quelli privati, la solita idea dell’uguaglianza al ribasso. Uguaglianza relativa, poichè per lucrare sulla guerra tra poveri, un po’ di differenza ci vuole sempre. Se il fascismo prima e la Democrazia cristiana poi, hanno creato un vasto ceto medio burocratico, una buona ragione ci sarà: proprio un governo come quello di Berlusconi potrà farne a meno? Ma forse sopravvaluto troppo le intenzioni del ministro, forse si tratta solo di tagliare gli stipendi, in vista del rinnovo del contratto.


