DAILY ROD

Colonia, il divieto della manifestazione anti-islamica

Pubblicato in Internazionale, Razzismo, Stranieri da Roderigo il Settembre 29, 2008
Colonia, contromanifestazione antirazzista

Colonia, contromanifestazione antirazzista

A Colonia, le autorità tedesche hanno vietato una manifestazione anti-islamica, attivamente contrastata dalla mobilitazione delle forze democratiche. In Italia, manifestazioni di questo tipo, sia pure a dimensione locale, si svolgono normalmente. Si pensi alla Lega che invade i terreni adibiti alla costruzione delle moschee, con i maiali. Tali manifestazioni andrebbero vietate? E il divieto entrerebbe in contraddizione con la libertà di espressione? Inibire ai razzisti di manifestare e di manifestarsi è in contraddizione con la democrazia? E’ giusto porsi il problema, e porselo ogni volta, ma alla fine la mia risposta è no: le manifestazioni si fanno per i diritti propri, di una parte, di tutti, non contro i diritti di qualcuno. Si possono contestare i privilegi, ma non i diritti. Gli operai scioperano e manifestano per l’aumento dei propri salari. Immaginatevi se scioperassero e manifestassero per chiedere la diminuzione dei redditi o l’aumento delle tasse per i lavoratori autonomi. Se ogni gruppo agisse gli strumenti della partecipazione contro gli altri, sarebbe sempre a rischio la convivenza.

Ci sono diritti che entrano in conflitto con altri diritti. E in quel caso bisogna scegliere, ed è lecito manifestare a favore di una precedenza. In America è un diritto armarsi, tuttavia la pistola può essere uno strumento di difesa, ma anche di minaccia e il diritto a possederne una può violare il diritto alla incolumità e alla vita di altri. Dove circolano più armi, ci sono più omicidi, perciò si manifesta per disarmare. I satanisti non si limitano a pregare. Commettono violenza, uccidono. Perciò, nessuno immagina di fornirgli un luogo dove poterlo fare. Ma la preghiera nelle moschee con tutto questo non c’entra nulla, non fa del male a nessuno, non toglie nulla a nessuno. La laicità non è l’assenza di luoghi di culto, o luoghi di culto per una religione sola. La laicità è libertà religiosa per tutti. Se qualcuno manifesta contro i miei diritti, io voglio poter manifestare contro la sua manifestazione. Se bisogna ammettere ogni manifestazione, allora bisogna ammettere anche le contromanifestazioni ed essere capaci di gestire l’ordine pubblico. Secondo me, ammettere solo le manifestazioni positive, è molto più razionale, salvo diversa valutazione di opportunità.

In fondo, è una contraddizione anche rivendicare la libertà di espressione, per negare la libertà di culto. Eppure la Costituzione riconoscere anche questa libertà, dice che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” (art. 3 Cost.) e dice anche che: “Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività” (art. 20 Cost.). Infatti, se una manifestazione è legittima, allora in linea di principio è anche legittimo soddisfarne la rivendicazione. Se è lecito manifestare contro le moschee, allora è anche lecito chiudere le moschee o inibirne l’edificazione. Ergo: è lecito vietare o limitare per una o più religioni la libertà di culto, la quale è comunque una manifestazione del pensiero, quindi attiene alla libertà di espressione. Se è lecito vietare o limitare la libertà di culto, è lecito vietare o limitare qualsiasi libertà. Anche quella di manifestare. Fissare i limiti della libertà di espressione, è in definitiva una questione politica: dipende dalla scelta di chi si vuole tenere fuori. Io preferisco l’esclusione chi vuole escludere.

Carramba che propaganda

Pubblicato in Politica, Spettacolo da Roderigo il Settembre 21, 2008
Carramba che fortuna - Video sigla

Carramba che fortuna - Video sigla

Belli come Richard Gere / Richard… Gere / Forti come Schwarzenegger / Schwarze… negger / Colti come Umberto Eco / Umberto… Eco / Casti come Formigoni / Formigoni / Noi siamo così / Bravi come Pavarotti / Pava… rotti / Ricchi come Berlusconi / Berlusconi / Noi siamo così / Cha cha cha.

E’ il ritornello conclusivo della sigla di apertura di “Carramba che fortuna”, condotto dalla eterna Raffaella Carrà. Un elenco di aspirazioni positive (alcune indiscutibili) associate a personaggi modello che le realizzano e le incarnano, nella forma di un ritornello destinato a ronzarti nella testa, diffuso in prima serata come sigla di apertura di un popolarissimo varietà. Pura propaganda subliminale. Neanche tanto subliminale, per il presidente del consiglio e per il presidente della Regione Lombardia. Due politici del medesimo schieramento. Che il ritornello possa essere inteso come canzonatorio, concorre ad umanizzare, rendere simpatico. Nella mente umana, come su Google, la precedenza nella graduatoria della popolarità è data dalla quantità delle citazioni e dall’importanza di chi le cita. Mi spiace per Raffaella Carrà, da mostro sacro a occulto galoppino. Come si dice: Rai di tutto, di più. Infatti, si veda Toccata e fuga.

L’allarme antisemitismo di Frattini

Pubblicato in Internazionale, Medio Oriente, Razzismo da Roderigo il Settembre 20, 2008
Frattini all'Institute Aspen

Frattini all'Aspen Institute

Ad un convegno dell’Aspen Institute, il ministro degli Esteri Franco Frattini ha lanciato un allarme per la diffusione dell’antisemitismo in Europa, mescolando il pregiudizio antiebraico con il dissenso nei confronti di Israele, preoccupandosi soprattutto di quest’ultimo. Uno studio Usa aggiunge che a crescere in Europa sono anche il pregiudizio e l’ostilità contro l´Islam.

Il fatto è che i razzismi, nella loro diffusione, vanno avanti o indietro tutti insieme. Un razzismo può tirare più di un altro, ma se tira di più, fa semplicemente da traino a tutti gli altri. Lo si può osservare anche nei blog e nei forum. C’è quello fissato contro gli ebrei, quello contro le donne, quello contro gli immigrati, quello contro i gay, quello contro i meridionali. Ma sono ruoli intercambiabili. Per verificarlo, basta chiedere all’antisemita cosa pensa delle femministe o al misogino cosa pensa degli ebrei, e ad entrambi cosa pensano degli extracomunitari. O agli xenofobi cosa pensano del gay pride.

Perciò, Frattini fa bene a lanciare l’allarme sull’antisemitismo, ma dovrebbe associare il suo allarme ad una rigorosa autocritica sulla politica della paura del suo governo, per il senso comune che contribuisce ad alimentare. Perchè funziona così: se metti all’indice un capro espiatorio, i capri espiatori finiscono per essere sempre gli stessi, se fai crescere l’ostilità verso i diversi, tra i diversi, al principio o alla fine, incontri anche gli ebrei.

E dovrebbe inoltre evitare di usare, sia pure in modo implicito, l’antisemitismo come parafulmine contro il dissenso e la critica nei confronti di Israele. So per esperienza, che di questo atteggiamento strumentale, gli antisemiti, quelli veri, sono i primi ad approfittarne. Proprio di recente, ho avuto occasione di ripuntualizzare il mio punto di vista sull’argomento, nel replicare ad un forumista antisemita della Lega Nord, partito alleato del ministro degli Esteri. Come nick usa Padania.

Criticare Israele è antisemitismo? Dipende. Se critichi Israele, vuol dire che per te sbaglia. Commette errori, ingiustizie, crimini. La critica può essere giusta o sbagliata, proporzionata o esagerata, ma fin qui tutto è lecito, poichè ad ogni stato può succedere di essere oggetto di critiche razionali o irrazionali. Le strade tra l’oppositore politico di Israele e il razzista antisemita, si separano, quando ci si pone una domanda, al momento di dare la risposta. Perchè Israele sbaglia? L’oppositore politico troverà la risposta in cause di natura politica: per esempio il colonialismo, la ragion di stato, oppure l’alleanza con gli Usa. L’antisemita troverà la risposta nell’identità ebraica dello Stato d’Israele: gli israeliani sbagliano perchè sono ebrei.

Sul giovane di colore ucciso a sprangate

Pubblicato in Razzismo, Stranieri da Roderigo il Settembre 19, 2008

Milano, gli studenti in piazza contro il razzismo

Fino ad oggi i media hanno amplificato episodi di criminaltà che vedevano per protagonista uno straniero nella parte dell’aggressore e un italiano nella parte della vittima. Oggi si inizia a dare spazio anche a notizie in cui le parti sono invertite. Sul piano del completamento dell’informazione, non vedo come ci si possa lamentare. Si tratta di due modi di informare specularmente allarmistici e strumentali? E se si, chi denuncia la strumentalità oggi, perchè non lo ha fatto ieri? Al contrario, ieri si è fatto più volte divulgatore di notizie ed emergenze urlate e strillate.

Come che sia, l’utilizzo delle notizie a me non sembra uguale. Le notizie che hanno per protagonista negativo uno straniero sono state usate per costruire una immagine negativa degli stranieri. Un romeno aggredisce, ergo i romeni sono aggressori, ergo vanno decisi provvedimenti contro i romeni. La responsabilità individuale si trasforma in colpa collettiva di un intero gruppo e provvedimenti evocati o decisi consistono in punizioni collettive. Abbiamo visto dopo l’omicidio Reggiani, una giunta comunale mettersi a sgomberare i campi rom, e un governo riunirsi d’urgenza e decretare per facilitare l’espulsione dei romeni. Oggi, di fronte all’assassinio di un ragazzo di colore ad opera di due italiani, assistiamo a qualcosa di simile? Qualcuno invoca qualcosa del genere? Una giunta, un governo si riuniscono d’urgenza? Decidono provvedimenti contro un soggetto collettivo? Contro i baristi? Contro i milanesi? Qualcuno invoca qualcosa del genere? Nulla di tutto questo, anzi pare già un azzardo l’idea del sindaco Moratti di partecipare ai funerali. Quando si tratta di noi, della nostra tribù, è chiaro e lampante che confondere la colpa di un individuo con la colpa di un gruppo, è una cosa fuori del mondo, una follia che suscita anche indignazione.

Si discute semplicemente se nel delitto vi sia una matrice razzista. E la si riconduce alla responsabilità individuale di chi ha compiuto il delitto. Entrambi gli autori sono reo-confessi, anche rispetto agli insulti razzisti che hanno pronunciato mentre uccidevano. E’ interessante osservare come chi ha responsabilità di governo, a cominciare dal presidente del consiglio, si affanni con sicumera a negare la presenza nell’omicidio di Abba di qualsiasi connotato razzistico. Cosa si teme, che il razzismo faccia una brutta figura? O ci si sente in qualche modo chiamati in causa, per le proprie politiche un po’ legiferate e molto dichiarate? Il razzismo di cui si parla non è una teoria, una ideologia a cui si aderisce consapevolmente. E’ una subcultura, un atteggiamento, un istinto, qualcosa che agisce nei meandri della nostra mente, nel nostro subconscio, di cui magari ci vergognamo anche quando ci accorgiamo che affiora, e che comunque neghiamo sempre.

Manifestazione degli studenti a Milano

Manifestazione degli studenti a Milano

Si può vedere la causa prima che ha scatenato la reazione dei due negozianti nel furto (di una scatola di biscotti) o nell’espasperazione per aver subito prima altri furti, ma anche se fosse, per far traboccare fino al delitto il vaso dell’esasperazione, anche una sola goccia di razzismo può essre stata sufficiente. E probabilmente lo è stata. Il pm, nel suo atto di accusa ha sgomberato il campo da tale questione, ritenendola probabilmente controversa, e ha parlato di omicidio volontario per “futili motivi“. Per “futili motivi” si uccide una vita che a cui si attribuisce  poco o nessun valore.

Ora, ammesso e riconosciuto che ci muoviamo su una linea di confine molto labile, quello che ci interessa, sul piano del dibattito pubblico è la responsabilità pubblica, per quello che le compete. I media, l’autorità politica, che lo vogliano o no, fanno pedagogia, contribuiscono a formare un senso comune. Con la loro informazione, le loro dichiarazioni, le loro leggi, insegnano, trasmettono valori, delineano un modello sociale e una morale pubblica. Cosa ci insegnano rispetto agli stranieri? Che siamo uguali o che siamo diversi? E se siamo diversi come si può sfuggire al giudizio di una differenza di valore? Per entrambi vale la stessa legge o un diritto binario? Per entrambi vale la presunzione di innocenza o per una parte (quella straniera) la presunzione di colpevolezza? E poi cosa ci insegnano rispetto alla proprietà? Che vale di più o di meno della vita umana? Cosa ci insegnano rispetto alla giustizia? E’ lecito o no farsi giustizia da sé? C’è differenza oppure no tra legittima difesa e vendetta? Cosa è implicito nella legittimazione delle ronde o nell’estensione del concetto di legittima difesa alla difesa della proprietà? Non c’è nessun automatismo, ma in situazioni labili, che agiscono su confini labili, questo modo di pensare, questo sistema valoriale, elevato a governo, cosa costituisce, una remora o un incentivo? Se stai in bilico, da che parte ti fa cadere?

Israel lobby, i rapporti tra Usa e Israele

Pubblicato in America, Internazionale, Medio Oriente da Roderigo il Settembre 13, 2008
I rapporti tra Usa e Israele

I rapporti tra Usa e Israele

E’ stato segnalato sul mio forum, un lungo (direi prolisso) articolo di Mauro Manno sulla lobby ebraica ameriana, con l’idea, se ho capito bene, di “infrangere un tabù”. Sul tema dei rapporti tra Usa e Israele ho raccolto tempo fa vari articoli in due thread: (Stati Uniti e Israele e Israel lobby?) dove si discute del saggio di John Mearsheimer e Stephen Walt e quindi se e in che misura la Israel lobby influenzi la politica estera americana.

Si consideri che la critica riguarda più gli obiettivi della lobby che non il fatto che si tratti di una lobby. Questa parola in Italia ha un significato negativo, indica il gruppo di pressione di un potente interesse economico che agisce in modo poco trasparente, mentre negli Usa le lobby sono parte integrante e riconosciuta del sistema democratico, il cui consenso è ricercato (o avversato) nel dibattito pubblico.

Anche quella israeliana, al pari di altre lobby, quali quella farmaceutica, del tabacco, dei pensionati, ha un suo potere di influenza. Credo però anche che sia esagerato attribuirle la forza di determinare la politica estera americana, come se invece l’amministrazione americana fosse del tutto subalterna e impotente. Gli Stati Uniti hanno sempre perseguito il controllo delle risorse energetiche e delle rotte di rifornimento e questo è stato l’alfa e l’omega della loro politica, anche in Medio Oriente, ed hanno perciò assecondato Israele nella misura in cui questo convergeva con i propri interessi.

Il caso della guerra all’Iraq è più un esempio di divergenza che di convergenza. Nel 2003 Saddam Hussein stava al 17esimo posto delle preoccupazioni israeliane, nell’area mediorientale, mentre la priorità era rappresentata dall’Iran. Nonostante le pressioni ad agire contro l’Iran, l’amministrazione Bush ha voluto dare la precedenza all’Iraq, per la necessità di controllare un importante produttore di petrolio, dopo la decisione di ritirarsi militarmente dall’Arabia Saudita. Conquista dell’Iraq e ritiro dall’Arabia Saudita sono avvenuti simultaneamente nell’aprile del 2003.

Come deve chiamarsi la Lobby. A me pare corretto chiamare qualsiasi organizzazione con il nome che si è data. Il riferimento ad Israele piuttosto che all’ebraismo mi sembra in genere più corretto, poichè la Lobby ha innanzitutto finalità politiche di tutela degli interessi di Israele e non finalità più generali, culturali, religiose di tutela degli interessi della comunità ebraica negli Stati Uniti. In Italia e in Europa, parliamo invece di Comunità Ebraica, anche in relazione alla loro forma istituzionale organizzativa, in quanto, pur rappresentando spesso il punto di vista di Israele, svolgono un ruolo più complessivo.

In ogni caso, nell’intervenire sul conflitto mediorientale, a me sembra estremamente corretto e opportuno, tenere sempre presente la distinzione tra ebrei, sionisti e israeliani e far valere questa distinzione anche nel linguaggio. La cautela nel lessico, per la storia che abbiamo alle spalle, mi pare d’obbligo. E qui mi rivolgo a chi respinge le accuse di razzismo. Non è materia su cui esercitarsi in distinguo e in disquisizioni anguillesche. Il rifiuto dell’antisemitismo sia netto e senza equivoci, valga come principio di precauzione. Se qualcuno presenta i sintomi della lebbra, anche rischiando di essere ingiusti, non andiamo a sederci vicino a lui. E ciascuno di noi sta attento a non presentare sintomi di malattie che non ha. Sull’antisemitismo valga la stessa regola. Se non sei antisemita, abbi la preoccupazione di non mostrarne i sintomi, abbi la preoccupazione di non sembrarlo. Gli altri non sono tenuti a scoprire chi sei veramente e tu sai benissimo quali gesti, quali parole, quali toni possono generare equivoci. Altrimenti, se non sei un antisemita, sei uno stupido.

Poi, è vero che da parte israeliana tante volte si usa l’accusa di antisemitismo in modo strumentale, contro i pacifisti, la sinistra, l’Europa, etc. Pratica deleteria perchè, paradossalmente, restituisce voce agli antisemiti veri, i quali possono così farsi scudo del diritto di critica. A maggior ragione, non prestare alibi.

Sarah Palin, il “maiale con il rossetto”

Pubblicato in America, Internazionale da Roderigo il Settembre 10, 2008
Sarah Palin e McCain alla convention repubblicana

Sarah Palin e McCain alla convention repubblicana

Obama durante il comizio a Lebanon (Virginia) ha attaccato Sarah Palin con una battuta allusiva molto forte e di dubbio gusto: “Si può anche dare il rossetto a un maiale, ma resta pur sempre un maiale”. Nella recente convention repubblicana, Sarah Palin, si era implicitamente paragonata ad un pittbull con il rossetto. A difesa di Obama, accusato dalla stessa Palin di essere sessista, è intervenuta un’altra donna, facente parte dello staff del candidato democratico, che ha ricordato una dichiarazione fatta dal candidato repubblicano, riportata dal Chicago Tribune nell’ottobre 2007. A chiosa di una proposta sull’assistenza sanitaria pubblica, formulata da Hillary Clinton – all’apoca ancora in corsa per la Casa Bianca – McCain la liquidò osservando: “Penso vogliano dare un po’ di rossetto a un maiale, che però resta un maiale”.

La battuta e gli argomenti di Obama sono con ogni probabilità pertinenti e calzanti, ma un po’ estranei al suo personaggio, quasi una forzatura, un sintomo di nervosismo o comunque di difficoltà. Da quando Sarah Palin è stata designata come vice di McCain i sondaggi prima favorevoli al candidato democratico, si sono fatti incerti o addirittura si sono rovesciati di segno. La vittoria certa dei democratici, la campagna presidenziale più facile da vincere di tutta la storia degli Stati Uniti, si è d’improvviso trasformata in una partita aperta, apertissima, grazie ad un pitbull (o ad un maiale) con il rossetto. Sarebbe una sorte tristemente ironica quella di Obama, prima vincitore su Hillary Clinton, infine sconfitto, non da McCain, ma da Sarah Palin. Geraldine Ferraro, democratica, vice di Mondale nel 1984, ha dichiarato di non sapere ancora per chi voterà.

Però, era stato avvisato per tempo dal regista Michael Moore: “Caro Barack Obama, se vuoi conquistare la Casa Bianca punta sulle donne, ignora i cattolici, ma prendi come vice la cattolica Caroline Kennedy. Le donne, spiega Moore su Rolling Stone, sono furiose perché Hillary Clinton è stata malamente scartata dalla corsa per la Casa Bianca, mentre i cattolici non hanno mai rappresentato l’ago della bilancia nelle elezioni presidenziali (…) e nel 2004 non hanno votato in massa per il cattolico John Kerry“. Invece, Obama ha scelto il cattolico, moderato, rassicurante, competente Joe Biden per posizionarsi sulla corsia dell’esperienza,e del moderatismo,  e così facendo ha forse aperto all’avversario l’autostrada del voto femminile.

Il moltiplicatore sociale dell’evasione fiscale

Pubblicato in Economia da Roderigo il Settembre 9, 2008
Dichiarazione dei redditi media per categoria

Niente tasse siamo autonomi

Secondo una ricerca di Giulio Zanella dell’Università di Siena e di Roberto Galbiati dell’Università Bocconi, l’evasione fiscale si basa sull’emulazione: l’evasione del vicino incoraggia la propria. Un moltiplicatore sociale che diffonde velocemente il fenomeno, ma al tempo stesso lo rende più facile da debellare e anche conveniente poichè per ogni euro che lo stato spende contro l’evasione, ne incassa in media 2,3 di recupero. L’evasione è come un investimento razionale: non si pagano le tasse perchè ci si aspetta che altre persone portino a frutto senza danni lo stesso tipo di operazione, se l’incremento degli evasori porta ad una maggiore pressione da parte dei controllori, l’aumento della base degli evasori rende però anche più difficile scovare le singole persone che compiono il reato. Se invece l’evasione viene scoperta, altre persone avranno maggior timore di essere scoperte e si otterrà un rapido effetto traino, e questo sarebbe successo con l’aumento delle risorse di controllo antievasione registrato durante l’ultimo governo Prodi. Un bel riconoscimento per il lavoro di Vincenzo Visco, che di risorse sottratte al fisco ne ha recuperate per un ammontare di 23 miliardi di euro. Opera purtroppo interrotta, dalle differenti priorità del “nuovo” esecutivo, la cui filosofia in materia fiscale è tristemente nota ed anche il suo effetto traino. Basti tornare alle dichiarazioni nobilitanti dell’attuale premier, ai tempi del suo secondo governo: “Se si chiedono imposte giuste non si pensa ad evadere, ma se si chiede il 50% e passa di tasse, la richiesta è scorretta, e allora mi sento moralmente autorizzato ad evadere“, nonostante, secondo i dati Ocse, il prelievo fiscale sulle persone fisiche in Italia risulti inferiore a quello di Francia, Belgio, Austria, Svezia, Norvegia, Finlandia ed è nella media UE. L’aliquota più alta in Germania è del 48,5%, in Francia del 54%, in Svezia del 56%. In Italia è del 45%. La tassazione delle imprese in Italia è oggi del 33%, inferiore alla media Ocse e ben al di sotto del 46% degli Stati Uniti, 52% della Germania, 45% del Canada.

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Antisemitismo e antisionismo

Pubblicato in Internazionale, Medio Oriente da Roderigo il Settembre 8, 2008
Ben Gurion legge la Dichiarazione d'indipendenza dello Stato d'Israele

Ben Gurion legge la Dichiarazione d'Indipendenza

Tra le forme più odiose e radicate di razzismo c’è l’antisemitismo: il pregiudizio ostile e la volontà di persecuzione contro gli ebrei. Questo pregiudizio oggi trae alimento, in modo variamente strumentale, anche dal conflitto in Medio Oriente tra israeliani e palestinesi. In questo ambito si genera un circolo vizioso. Da un lato, parte del repertorio polemico-propagandistico israeliano tende ad accusare di antisemitismo esplicito o implicito, ogni opinione o iniziativa critica nei confronti dei governi israeliani per la politica che praticano verso i loro vicini palestinesi e arabi, mettendo sul banco degli imputati soprattutto l’Europa, i pacifisti e la sinistra, fino a teorizzare l’esistenza di un antisemitismo di sinistra. Tesi, naturalmente, respinta e confutata dai destinatari imputati, ma anche da intellettuali israeliani o di origine ebraica come Avi Primor e Brian Klug. Dall’altro, antisemiti veri o al limite di esserlo, colgono la palla al balzo per travestirsi da legittimi critici dello stato ebraico, con varie gradazioni dall’estremo di Holywar alla più “moderata” Effedieffe, oppure, sul piano internazionale, il caso controverso dell’Iran di Mahmud Ahmadinejad, che ispirò più di un anno fa una dichiarazione (discutibile) del nostro capo dello stato, Giorgio Napolitano, in occasione della giornata della memoria, che equiparava antisemitismo e antisionismo. Si veda, sullo stesso argomento Brian Klug. Per parte mia, reputo del tutto possibile che una persona sia al tempo stesso di sinistra e antisemita, così come può essere di sinistra e maschilista o xenofoba, etc. Possibile, ma contradditorio, mentre l’antisemitismo a destra è coerente. Per uscire dal circolo vizioso, anzi per non entrarci nemmeno, si può prendere esempio da una storica parola d’ordine di Ben Gurion: “combattere Hitler come se non ci fosse il Libro bianco, e combattere il Libro bianco come se non esistesse Hitler”. Ovvero: “combattere l’occupazione israeliana dei territori palestinesi come se non ci fosse l’antisemitismo, combattere l’antisemitismo come se non ci fosse l’occupazione israeliana dei territori palestinesi (quella che viola la risoluzione 242/1967 dell’ONU)”. Riguardo l’antisionismo, ha avuto e può mantenere una sua legittimità storica, ma la sua ragion d’essere ormai è superata, ed io stesso non ho mai pensato di definirmi così. Israele esiste dal 1948, è uno stato legittimo, qualunque cosa si pensi della sua origine. Per quanto sia auspicabile una sua evoluzione in senso compiutamente laico e democratico fino ad essere lo stato di tutti i suoi cittadini su basi di pari dignità, la sua natura, il suo futuro è materia che riguarda gli israeliani. Quello che riguarda il resto del mondo è favorire la convivenza tra i due popoli su quello stretto lembo di terra che va dal Giordano al Mediterraneo.

Fini a Giannutri in acque protette

Pubblicato in Politica da Roderigo il Settembre 7, 2008
Muta e bombole, Gianfranco Fini si è immerso in un'area di protezione integrale del parco nazionale dell'Arcipelago Toscano, un tratto di litorale dove è vietata qualsiasi attività. Il presidente della Camera si è fatto accompagnare sul posto da un'imbarcazione dei vigili del fuoco. Legambiente, che ha fotografato l'immersione e ha diffuso le immagini, protesta per la violazione dell'area naturale.

Muta e bombole, Gianfranco Fini si è immerso in un'area di protezione integrale del parco nazionale dell'Arcipelago Toscano, un tratto di litorale dove è vietata qualsiasi attività. Il presidente della Camera si è fatto accompagnare sul posto da un'imbarcazione dei vigili del fuoco. Legambiente, che ha fotografato l'immersione e ha diffuso le immagini, protesta per la violazione dell'area naturale.

Alla fine di agosto, Gianfranco Fini è stato sorpreso dalla Lega Ambiente ad immergersi in un’area di protezione integrale del parco nazionale dell’Arcipelago Toscano, per di più scortato dai Vigili del Fuoco. La denuncia della Lega Ambiente è stata subito ripresa dai principali quotidiani, tra cui il Corriere della Sera e la Repubblica, con tanto di galleria fotografica. Unica consolazione per Fini è il fatto di avere avuto in questa infrazione predecessori illustri almeno quanto lui. Riferisce Repubblica che “cinque anni fa toccò a Massimo D’Alema poi fu la volta del giornalista Ferruccio De Bortoli che, però, riconobbe subito l’errore. Furono multati anche Stefania Craxi e Giorgio Faletti. Negli ultimi tre anni, le autorizzazioni rilasciate dall’ente parco sono state moltissime, anzi troppe. I permessi si rilasciano solo per fini scientifici ed è onestamente difficile pensare che questi 150 siano tutti ricercatori“. Predecessori (quelli illustri e noti) che hanno pagato la multa, così come la pagherà lui, Fini (o forse la presidenza della camera o i vigili del fuoco?). Dunque, la legge uguale per tutti, questa volta forse è stata tutelata. Più della multa pesa, si spera, il danno di immagine. Quello che  interessa è qui infatti la psicologia, o semplicemente la mentalità, del privilegiato. Perchè mette a rischio la sua faccia per così futili motivi? Gianfranco Fini è da molti anni un importante dirigente politico, il leader di Alleanza Nazionale, uno dei possibili successori di Berlusconi alla guida del centrodestra italiano; è stato Ministro degli Esteri e Vice Premier, ed è oggi il Presidente della Camera. Dispone perciò di tutte le risorse per farsi una bella vacanza in luoghi bellissimi (senza divieto di accesso) e con mezzi propri (non quelli dei Vigili del Fuoco). Il tutto mantenendo il suo ruolo, la sua bella carriera, senza macchia o quanto meno senza macchie superflue. Perchè non ostentare tutto questo anzichè approfittare della propria posizione per ficcare il dito nella marmellata come un bambino ed esporsi ad una figuraccia? Questione morale a parte, è questa incongruenza perserverante, in tempi di antipolitica e di lotta alla “casta”, che lascia davvero perplessi.

Le “cose buone” del fascismo

Pubblicato in Storia da Roderigo il Settembre 2, 2008
L'Espresso 1963

L'Espresso 1963

Capita di leggere online elenchi di “buone cose” compiute dal fascismo, elenchi che variano da dieci a cento punti. I treni in orario, la refezione scolastica, la bonifica dell’agro pontino, il doposcuola, la lotta alla mafia, etc. Tra le cose buone capita di leggere anche quelle cattive: la guerra d’Abissinia e le opere pubbliche in Etiopia, il Tribunale Speciale, il patto Anti-Comintern, i Patti lateranensi, etc. Di solito, ci vengono risparmiate le leggi razziali. Insomma, si tratta di cose buone, cose false, cose cattive, cose che avrebbe fatto qualsiasi governo, in quegli anni, per modernizzare il paese. Ma la sostanza del fascismo quale fu? Prendiamo un qualsiasi soggetto, anche inventato, per esempio, Hannibal Lecter. L’elenco dei suoi pregi supera probabilmente quello dei suoi difetti. Uomo di cultura e gusti raffinati, intenditore di arte e di letteratura, degustatore di vini e di cibi, ottimo cuoco, signore galante, cortese, gentiluomo, amabile conversatore, intelligenza analitica, coraggio, forza. Qualità autentiche, mica come le cose buone del fascismo. Ma commetteva delitti efferati, benchè animato da una morale nobile. e così neppure di lui, per quanto ci sia simpatico,  riusciamo a farci una idea positiva. Dovremmo essere più indulgenti con Mussolini? La violenza squadrista per schiacciare gli oppositori, il carcere e il confino per gli antifascisti, le guerre di aggressione, le leggi razziali, l’alleanza con Hitler, la distruzione del paese nella seconda guerra mondiale. Non è questa la sostanza del fascismo? E d’altra parte, i fascisti di oggi non sono tali essenzialmente nell’identificazione identitaria con la storia di quel regime?

Si invita a contestualizzare, a non guardare a ieri con gli occhi di oggi, così come facciamo con Giulio Cesare, senza troppo curarci di quello che fu il destino dei galli. Ma gli occhi di Giacomo Matteotti, dei fratelli Rosselli, di Giovanni Amendola, di Pietro Gobetti, di Antonio Gramsci, sono di ieri o di oggi? E con Cesare come ci comportiamo? Noi vediamo la guerra gallica anche dal punto di vista dei galli. Tra le cose buone di Cesare non includiamo il massacro di un milione di galli. Abbiamo una idea vagamente positiva di Vercingetorige. E abbiamo da molti anni un fumetto molto popolare (Asterix e Obelix)  che simpatizza per i galli e ridicolizza i conquistatori romani. Di Cesare pensiamo bene, perchè gli attribuiamo una funzione progressiva, lo collochiamo nel campo democratico dell’epoca, la migliore fra tutte le alternative, perchè migliorò la condizione materiale di vita nelle province. Ma pensiamo piuttosto male del resto del suo triumvirato: di Pompeo e soprattutto di Crasso, di cui ricordiamo la fallimentare spedizione contro i parti, quasi quasi solidarizzando con i parti che, si narra (e la leggenda ce la tramandiamo fino ad oggi come se fosse stata una sorte più meritata che crudele) lo uccisero facendogli bere dell’oro fuso, per punirlo della sua avidità. Nell’Italia degli anni 1922-1945, sarebbe Mussolini l’equivalente di Cesare? Il più democratico di tutti i leaders, a parte Clodio? E Pompeo e Crasso chi sarebbero. E le province che migliorano le proprie condizioni di vita, quali? Libia e Abissinia? E le gloriose imprese militari che ne illustrano l’onore e il coraggio, quali? L’aggressione alla Francia già battuta dalla Germania?

Per spiegare cosa rimane del fascismo, si arriva anche a citare Giuseppe Mazzini il padre dei repubblicani. E’ vero che tempo fa comparve un articolo di Panebianco sul Corriere della Sera che riconduceva la triade Dio-Patria-Famiglia, non al fascismo, ma a Mazzini. Tuttavia, il riferimento è molto generico e il modo di declinare quelle parole può essere completamente diverso. In nome di dio si è fatto di tutto e il suo contrario. La famiglia possono essere anche i pacs, i dico, le coppie di fatto, le unioni omosessuali. L’idea di patria ha un valore, se vuoi unire un paese diviso in tanti stati e liberarlo dalla dominazione straniera, per divenire uno stato sovrano tra stati sovrani. Ne assume uno diverso se vuoi soggiogare altri popoli, per divenire un impero.