La violenza è un rapporto di potere
La violenza è prima di tutto un rapporto di potere. La violenza la praticano i forti contro i deboli. E’ così nel rapporto tra gli stati, tra le etnie, tra le classi, tra gli individui, ed anche tra i sessi. Poi, questa pratica viene espulsa da sè e collocata in un altrove: nell’arretramento culturale, nel disagio sociale, nella pazzia. E’ il rifiuto di ammettere che è normale e ci coinvolge direttamente.
Lo facciamo per la guerra. Apparteniamo a popoli che seminano da cinquemila metri d’altezza bombe a grappolo, uranio impoverito, fosforo, napalm, agente orange, etc. Ma consideriamo barbarie e inciviltà il machete balcanico, i tagliagola fondamentalisti, i kamikaze palestinesi, le lapidazioni etc. Lo facciamo nel rapporto con gli stranieri. Abbiamo una criminalità organizzata che controlla un quarto del territorio e pulisce il suo denaro sporco a Piazza Affari e nelle grandi banche. Abbiamo un sistema di trasporti e di attività produttive che falcidia migliaia di persone ogni anno, ma per noi l’illegalità e l’insicurezza sono gli immigrati, gli zingari. Lo facciamo per i rifiuti tossici. Dal nord li spediamo al sud, e poi disprezziamo i napoletani perchè affogano nell’immondizia.
Lo facciamo anche per la violenza sulle donne. Che collochiamo nel passato, in Pakistan, o nelle sacche della nostra emarginazione e del nostro arretramento culturale. Eppure, a parte la polemica politica, se Bush muove guerra e violenza contro l’Afghanistan e l’Iraq, noi non pensiamo che sia un disagiato mentale. E infatti, si guarda bene dal muovere guerra contro la Russia o contro la Cina. Nella scelta della guerra e in quella della pace tiene conto dei rapporti di forza. Secondo questo criterio, agiscono anche i bulli della banda del muretto: rispettano il più forte, infieriscono sul più debole. E in tal modo, creano e consolidano una gerarchia del potere. Così fanno gli uomini nei confronti delle donne. Forse vi è qualche caso, ma in genere non si ha notizia di operai che usino violenza contro le donne manager, o impiegati contro donne capo-ufficio e direttrici, o studenti contro professoresse, o soldati contro donne sergente, tenente, capitano. Ritardati, disagiati, analfabeti, mica scemi. In “Travolti da un insolito destino” lui si permette violenza contro di lei, solo quando diventano naufraghi in un’isola deserta. Con tutto il rispetto e l’importanza da riconoscere alla cura, all’educazione, e alla cultura, la questione per ridurre la violenza è quella di ridurre, non tanto lo squilibrio mentale (che va sempre bene) quanto lo squilibrio (di potere) tra i sessi.
In un libretto titolato “l’arte di conoscere se stessi” sono raccolti vari aforismi di Arthur Schopenauer. Ce n’è uno che spiega bene il rapporto tra il principio morale e il principio reale e la causa della violenza. «Non è possibile tenere le donne entro i limiti della ragione se non incutendo loro paura, ma nel matrimonio è necessario tenerle entro questi limiti perchè si condividono con loro le cose migliori che si hanno, anche se così si perde in felicità e amore ciò che si guadagna in autorità. In questo modo si spiega, per esempio, perchè in Inghilterra la metà di tutti i delitti capitali sia commessa tra coniugi.»
L’humus della violenza
Il pregiudizio ostile contro un soggetto collettivo e tutti i luoghi comuni con cui si manifesta, alimenta e riproduce, può essere l’humus di qualcosa di più grave, una condizione di discriminazione, una situazione di violenza. Senza il pregiudizio antiebraico non sarebbe stata concepibile la shoah. E’ quanto accennava Monica Lanfranco a proposito degli aforismi misogini e della violenza contro le donne. La questione, quando viene discussa, è spesso banalizzata, come si volesse rappresentare un mero rapporto di causa ed effetto. Ma l’humus non è una causa, non è un seme, è soltanto un terreno fertile, una condizione favorevole. Il misogino (o il maschilista) non è necessariamente colui che agisce la violenza contro la donna, può essere persona assolutamente mite e pacifica, che si limita a giustificare, comprendere, razionalizzare, relativizzare, teorizzare, oggettivare, minimizzare, negare. Penso che gli avvocati degli stupratori, quelli dentro i tribunali e quelli fuori, non abbiano mai stuprato nessuno. E neppure quei legislatori, quei commentatori, quegli intellettuali, quegli uomini di chiesa che per tanto tempo hanno impedito che la violenza sessuale divenisse reato contro la persona e non soltanto contro la pubblica morale. E che poi hanno lottato ancora per far si che la famiglia rimanesse una zona franca.
Se tanta violenza e il maggior numero delle violenze avviene entro le mura domestiche, ciò vuol dire che al di fuori di quelle mura, la società lo accetta e nella testa di molti continua a ronzare il detto: “tra moglie e marito non mettere il dito”. Se la maggior parte delle donne non denuncia (il 90% secondo l’Istat) è anche perchè l’accoglienza sociale della denuncia non deve essere una gran cosa. Meglio far buon viso a cattivo gioco e cercare di sopravvivere, rimuovere e distrarsi. Magari farsi un giro in rete, partecipare ai blog e ai forum, dove s’incontrano tante persone ironiche e spiritose. Il più delle volte alla violenza fisica (dico le botte) neppure si arriva. E’ sufficiente sapere che ci si può arrivare. Basta alzare la voce, basta insultare. Poi ci sono forme di violenza occulta, come il mobbing. Le donne sono le prime vittime del mobbing. Per mobbizzare le donne, negli ambienti di lavoro, una buona dose di misoginia è necessaria. Certamente è utile. L’antisemitismo può non essere la causa diretta dell’olocausto. Nè è stato però il principale innesto, la sua condizione ambientale. Possiamo non sapere in che misura il popolo tedesco abbia apprezzato le discriminazioni prima e poi la persecuzione e lo sterminio degli ebrei. Di certo, non si è opposto, non si è arrabbiato, per nessuna angheria antiebraica, neppure per i campi di concentramento. Temo invece avrebbe accolto meno bene il divieto di raccontarsi barzellette a aforismi contro gli ebrei. E lo si può ben capire: ironizzare, ridere, scherzare, non prendersi sul serio (sulla pelle degli altri) pare aiuti a vivere meglio.
Apartheid mentale
Fobie e razzismi danno luogo ad un apartheid mentale, una mentalità dissociata, diisguntiva, dicotomica, per cui l’altro, il diverso, lo straniero, è nello stesso tempo sopra di noi e sotto di noi, il male e il meglio, diavolo e angelo insieme. Ma, non è come noi. Due esempi. 1) L’altro, il diverso, è un essere inferiore, ma anche superiore. L’attribuzione di una superiorità al soggetto discriminato è uno dei tanti moduli della discriminazione. Viene praticato con le donne, con gli ebrei, gli omosessuali, i neri. Quante volte abbiamo letto che: le donne sono dotate di un potere intrinseco, gli ebrei sono intelligentissimi e geniali, tutti premi Nobel; gli omosessuali sono dotati di talento e sensibilità eccezionali, tutti scrittori e artisti; i neri sono più forti, più belli, etc, tutti grandi campioni dello sport, e ovviamente, super amatori. Affermare che l’altro è superiore, è l’estrema ratio per non ammettere che siamo pari. Il fatto è che di solito, invertendo il rapporto, la conseguenza sociale non cambia. Siete inferiori, quindi per conseguenza proporzionale, nella gerarchia sociale dovete stare sotto. Siete superiori, quindi per reazione compensativa, nella gerarchia sociale dovete stare sotto. 2) L’altro, il diverso in astratto nella sua generalità fa schifo, ma come individuo in carne ossa, nel rapporto con noi può essere persino oggetto d’amore. Le donne sono tutte puttane, ma la nostra mamma, la nostra sorella, la nostra mogliettina, la nostra figlia, sono le creature più sante dell’universo. Gli immigrati sono delinquenti e criminali, ma il lavoratore immigrato che lavora per noi è una brava persona. Probabilmente, molti antisemiti hanno avuto amici ebrei a cui hanno voluto molto bene e molti schiavisti hanno amato i loro schiavi. Cane è uno spregevole insulto, ma adoriamo il nostro cagnolino, talvolta è il membro più amato della famiglia. Disprezzabile o adorabile, purchè, perchè, docilmente sottomesso. Forse, nel rapporto di potere, questa dissociazione, è soltanto il doppio modulo del bastone e della carota.
Il controsenso dell’umorismo
Capita che grasse risate rovesciate dall’alto verso il basso siano seguite da scusanti innocenti: “Scherzavo, non hai il senso dell’umorismo, lo dicevo per ridere, era solo una battuta”. Tra i tanti modi di gettare il sasso e nascondere la mano, c’è anche questo: usare la satira, l’umorismo, l’ironia, come una zona franca, come una frittata da rovesciare, come il travestimento di un intollerante che vuole spacciarsi per dissacratore. L’ironia non è insidacabile, tanto più nella forma del sarcasmo, una modalità di comunicazione ambigua e aggressiva, e difatti ce la permettiamo solo con le persone con cui abbiamo confidenza. Oppure per colpire un avversario. Nella sfera pubblica, se si ritiene che l’ironia sia l’involucro di una diffamazione, può tranquillamente essere oggetto di querela. In ogni caso, può essere oggetto di critica. E perchè no, anche di censura.
Ricordo una trasmissione in cui si presentava una vignetta a Sergio Staino, avente per protagonista un operaio immigrato dal sud. Non ricordo la trama. L’aveva composta l’allora conduttore del TG1, che si dilettava con queste opere. “Le piace?” chiesero a Staino. Rispose no, perché lui considerava satira solo quella che prende di mira i potenti: “se invece se la prende con chi è più debole, non mi fa ridere”. Io penso la stessa cosa: l’umorismo che prende di mira, chi è già stato colpito, discriminato, penalizzato, sottomesso, oppresso, lo trovo di cattivo gusto. E può anche essere una forma ipocrita di esprimere consenso per quella condizione, celandosi dietro un innocente “scherzo”. O semplicemente di considerarla naturale. Dico, può essere, perchè l’ironia è appunto una forma ambigua, e non si può sapere cosa c’è nella testa della gente. A volte non lo si sa neanche per se stessi. D’altra parte, nella testa delle persone possono convivere cose contraddittorie. Perciò, su certe questioni è meglio essere netti e chiari senza possibilità di fraintendimento. Tanto più nella forma della parola scritta, pubblica e pubblicata, che a differenza di quella orale, rimane anche quando una presunta situazione o atmosfera si è esaurita, e perciò assume un crisma diverso. In rete, sui blog, sui forum, sui siti tradizionali, non ci parliamo, ci scriviamo, anzi scriviamo a chiunque sia di passaggio e si soffermi a leggere, oggi e in futuro. La percezione, e quindi il contesto, dei destinatari, non è meno importante di quello del mittente, ed è comunque condizionato dalla natura del mittente.
Chi sfotte chi? Una mostra di vignette sull’olocausto esposta in Israele ed una esposta in Iran (o peggio ancora in Germania), non hanno lo stesso significato. Una vignetta contro Maometto su un giornale occidentale di ispirazione cristiana o su un giornale arabo di ispirazione musulmana, non hanno lo stesso significato. Se sono i bianchi a deridere i neri, i cattolici gli ebrei o i gli islamici, gli uomini le donne, l’umorismo assume un significato controverso, un cattivo odore e invece di suscitare un sorriso, suscita un ghigno. Le donne sono uno dei due sessi e la misoginia le tratta solo per questo. Gli aforismi misogini, nel loro contenuto, sono volgari e violenti, altrimenti non sarebbero misogini. Cosa significano? Che le donne sono cattive, sgualdrine, stupide, bugiarde, etc. Si trattasse di idee del passato sul cui rifiuto c’è unanime consenso, la questione non si porrebbe e il topic sugli aforismi sarebbe una rassegna di reperti archeologici, volti a mostrare quante cose stupide hanno saputo così ben formulare grandi pensatori e letterati: purtroppo non è così e le stesse battute sessiste, razziste, sono anzi spesso testimonianza del contrario. Come scrive Massimo Gramellini: “Nulla rivela l’uomo come la sua barzelletta preferita”.
Donne, violenza e aforismi misogini
Quella sulle donne viene troppo spesso percepita come una violenza light. Coperta da un alone di complicità deresponsabilizzante che la rende più leggera, ne occulta l’ orrore dietro una pseudo-cultura fatta di luoghi comuni, di banalità, di stereotipi duri a morire, di pregiudizi che hanno radici profonde nel maschilismo che ancora circola carsicamente nelle vene della nostra società. (Marino Niola, Repubblica 24 agosto 2008)
Facciamo un gioco: troviamo insieme quante più frasi e aforismi misogini, anche apparentemente lievi e persino ritenuti spiritosi, presenti in ogni tradizione e cultura? Inizio io: donne e buoi dei paesi tuoi (che allude al patto tra uomini sul non interferire in materia di governo delle femmine, bene economico fondamentale equiparato appunto al bestiame); chi dice donna dice danno (che traduce l’inevitabilità della sventura legata al sesso femminile e alla sua frequentazione, e giustifica l’assenza in vaste zone del mondo delle bambine, selezionate attraverso l’ecografia o soppresse alla nascita); la donna è la porta del diavolo (significato chiaro, affermazione variamente presente in ogni trattato religioso di ogni fede). Mi fermo qui, rammentando l’apparentemente innocuo auguri e figli maschi che non è raro incontrare, anche solo per scherzo, nei pronostici nazionali. E’ nell’intreccio di questi fattori, impastati micidialmente di ossequio della tradizione, di fondamentalismo religioso e di legge patriarcale che origina la drammatica vicenda planetaria della guerra contro le donne, guerra che miete ogni anno vittime a milioni in tempi e luoghi dove infuria la guerra guerreggiata ma che parimenti umilia, schiavizza e uccide metà del genere umano anche dove non suonano le sirene, cadono bombe o esplodono corpi assassini. (Monica Lanfranco, Liberazione 15 agosto 2006)
Succede in varie situazioni di ascoltare o leggere detti, proverbi, massime, aforismi, barzellette denigratorie nei confronti delle donne. In rete si possono trovare pagine di aforismi di dotti e sapienti, particolarmente sarcastiche, con i quali, chi li divulga acriticamente, può dar libero sfogo ai suoi sentimenti, mettendosi in testa un’aureola di cultura, raffinatezza e sottile umorismo, almeno così vorrebbe. Sono e spesso si chiamano aforismi misogini. Un nome squalificante, se la misoginia fosse percepita come squalificante. Però, mi sono accorto che non funziona così. La misoginia, a differenza del razzismo, dell’antisemitismo, dell’omofobia, suscita ilarità invece di suscitare ripugnanza. Così è negli uomini e persino nelle donne, le quali talvolta non mancano di partecipare nella diffusione di battute e luoghi comuni a loro danno. Ricordo una foto di due ragazzi americani. Lei portava, immagino liberamente, una maglietta con su scritto: “proprietà di lui”.
Tempo fa lessi sul blog di Beppe Grillo, un messaggio che diceva: Il problema non è solo che “le religioni, i governi, le aziende, la pubblicità e i maschi sono maschilisti”. Il problema è anche che molte, troppe donne sono a loro volta maschiliste. Le donne maschiliste hanno la “sindrome del colonizzato e dello schiavo”, che consiste nel fatto che un gruppo sociale colonizzato o schiavo condivide la mentalità dei suoi colonizzatori, anziché ribellarsi. Finché ci saranno masse così grandi di donne CONNIVENTI con la mentalità maschilista, il sistema patriarcale e maschilista perdurerà. Come si cantava nelle risaie: “crumire col padrone, son tutte da ammazzar !”
Sarebbe da tutti ritenuto censurabile, una pagina, un thread “leggero e divertente” in cui si elencano frasi e citazioni insultanti nei confronti di ebrei, neri e omosessuali. E sarebbe ancor più inconcepibile veder alimentato un simile thread proprio da un ebreo, da un nero o da un omosessuale. Sarebbe inconcepibile vedere un antisemita, accolto come un simpatico fenomeno da baraccone o persino come il depositario di un legittimo punto di vista, in un forum di cultura ebraica. O di un omofobo, in un forum dedicato agli ebrei. O di un attivista del klu klux klan in un forum afroamericano. Invece, la presenza di un misogino è considerata, se va bene, una simpatica nota di folclore. E per alcune signore, è persino motivo di festa e simpatia. O di competizione tra loro, per ricevere una carezza in più o un insulto in meno.
Come e perchè succede, è un bel (relativamente) mistero. Come dimostra questo tremendo servizio fotografico sulle donne pakistane sfigurate con l’acido muriatico, ma anche il quotidiano stillicidio delle nostre pagine di cronaca nera, e in fondo, tutta la storia dell’umanità, la violenza contro le donne, non ha nulla da invidiare alla violenza contro le altre vittime “storiche”. Forse la differenza sta qui, nel riconoscimento e soprattutto nel riconoscersi. Gli ebrei, i neri, i gay, i pellerossa, hanno coscienza della propria storia, del proprio vissuto, della propria identità storica, di quello che hanno subito e subiscono come soggetto collettivo. In questo riconoscersi, c’è la forza della loro tendenza all’emancipazione. Dato che l’oppressione sessuale, tra tutte le forme di oppressione, è stata e continua ad essere la più grave, anche la conseguenza nella sottomissione è stata e continua ad essere più grave e perciò sconta ancora una capacità soltanto parziale di riconoscersi e di essere reciprocamente solidali.
Il lavoro degli immigrati vale il 9% del PIL
La grande maggioranza dei clandestini sono lavoratori in nero. Non hanno bisogno di rubare, ma concorrono ad una illegalità lavorando nell’economia sommersa (che è un fenomeno indigeno). Ciò avviene perchè: 1) molti imprenditori vogliono ridurre al massimo il costo del lavoro; 2) il governo non concede quote di regolarizzazione sufficienti. Quindi bisogna: far emergere il lavoro nero; aumentare le quote d’ingresso. Con l’immigrazione l’Italia non si accolla affatto un peso sociale, al contrario, produce maggiore ricchezza in una proporzione pari al 9% del PIL. I paesi che hanno ancora più immigrati di noi, hanno anche una crescita economica superiore alla nostra. La produzione di questa ricchezza finisce per costituire un argine all’immigrazione stessa, poichè attraverso le rimesse si fornisce l’aiuto più efficace ai paesi di provenienza degli immigrati, si permette agli immigrati in Italia, secondo le loro stesse aspettative, di tornare in patria dopo aver accumulato un sufficiente risparmio. Il costo sociale degli immigrati è di 7 miliardi di euro l’anno. Ma la ricchezza prodotta dal lavoro degli immigrati è di 141 miliardi di euro l’anno. L’Italia non ce la farebbe senza. Certo, quello che spendiamo in repressione sarebbe più proficuo spenderlo in accoglienza.
Se davvero all’Italia gli immigrati costassero più di quanto rendono, non verrebbero da noi, poichè la loro domanda di lavoro non troverebbe offerta. A loro volta, gli italiani si attiverebbero sul serio per respingere gli immigrati, invece di fare leggi e sanatorie per regolarizzarli. Il precedente governo Berlusconi ne ha regolarizzati 700 mila. E la Confindustria non protesterebbe contro le quote di ingresso troppo basse, chiedendone almeno il raddoppio. Se gli immigrati vengono da noi e noi li accogliamo, vuol dire che l’interesse è reciproco. E in questo interesse reciproco, siamo proprio noi quelli che ci guadagnano di più, perchè la presenza degli immigrati costituisce un argine al nostro declino economico. Senza di loro, saremmo già precipitati in una drammatica recessione. Le politiche di chiusura all’immigrazione, non si propongono seriamente di respingere ed espellere tutti gli immigrati “ufficialmente” indesiderati. Cosa peraltro materialmente impossibile. Si propongono solo di mantenerli clandestini, cioè esclusi dai diritti e dai contratti, in modo da poterli sfruttare meglio. Gli sfruttatori fanno parte della base di consenso di queste politiche e dei partiti che le propugnano (e propinano).
Agli immigrati diamo il buon esempio

Alcuni dei migranti arrivati a Lampedusa. In questo agosto 2008 il picco delle provenienze dal Corno d'Africa Reuters
Oltre a favorire le regolarizzazioni, potremmo fare ancora molte cose per migliorare la situazione e il rapporto con gli immigrati. Concedere il diritto di voto (almeno nelle elezioni amministrative). Questo ridimensionerebbe le speculazioni elettorali, politiche e governative sul razzismo e la xenofobia e indurrebbe la classe politica a provvedimenti più lungimiranti per l’accoglienza e l’integrazione degli immigrati. Evitare di usare l’allarmismo per vendere i giornali e guadagnare audience nei programmi di informazione televisiva Questo ridurrebbe le fobie dell’opinione pubblica. Migliorare il rispetto indigeno della legalità. Vogliamo integrare gli immigrati, ma siamo sicuri di volere davvero che gli immigrati diventino come noi? Il paese della mafia, della corruzione, dello stragismo impunito, che prende le impronte agli zingarelli? Imprenditori che non rispettano i diritti sindacali, le norme ambientali, le norme sulla sicurezza, che non vogliono pagare i contributi; che non vogliono fare i contratti; commercianti e liberi professionisti che evadono il fisco, non rilasciano la fattura, nè gli scontrini, che fanno la cresta sul prezzo; politici corrotti e operatori privati corruttori. Mettiamoci anche qualche lavoratore fannullone. Abbiamo un governo il cui primo atto è stato approvare una legge per garantire l’impunità del suo presidente e mezzo paese che gli concede consenso, non malgrado questo, ma proprio per questo, perchè si identifica, perchè spera di usufruire di qualche briciola di impunità e illegalità anche per sé. Come diceva il mio fruttivendolo: so che rubano e li voto perchè così posso rubare anch’io. Da chi prende esempio, l’immigrato che arriva? Che ambiente trova? Davvero gli è richiesto rispetto e onestà per potersi inserire? Si straparla di stupri. Facciamo finta che gli immigrati siano tutti stupratori, cosa possiamo dirgli? Di prendere esempio dai mariti italiani? Di comportarsi bene nei vicoli di notte, così come si comportano i nostri uomini in camera da letto? O i nostri datori di lavoro con le loro dipendenti? Forse, sarebbe meglio il contrario.
Più immigrati e meno reati
Dal 1992 ad oggi, la presenza dei migranti in Italia è aumentata del 600%. L’andamento dei reati invece è diminuito, come si può leggere nella tabella qui di fianco a destra. Perciò, la convinzione secondo cui più immigrati comportino più criminalità, è solo l’indicatore di un notevole aumento del razzismo. Non so dire, in quale percentuale.
Gli omicidi si sono più che dimezzati tra il 1990 e il 2004: da 1773 sono passati a 714. E’ vero che sono diminuiti di più al Sud, dopo che sono finite le guerre di mafia, ma anche nelle regioni del Nord dove si sono concentrati gli immigrati sono molto decresciuti: da 135 in Lombardia nel 1990 a 91 nel 2004. Da 44 a 31 in Emilia Romagna, e così via. Nel Nord sono diminuiti meno perché partivano già da una base più ridotta. Le rapine cruente, quelle più feroci dove si spara e muore qualcuno, hanno provocato 118 morti nell’Italia del 1990, e solo 18 nel 2003. In Lombardia gli omicidi per rapina sono passati da 11 a 3. In Piemonte da 5 a 1. In Emilia Romagna da 6 a zero (cfr. Pino Arlacchi). Si riferisce che gli stranieri sono il 39% dei denunciati per violenza sessuale. Ma solo il 9% delle donne denuncia la violenza sessuale e il 70% delle vittime lo sono dei mariti e sono mogli di nostri connazionali. Dunque, si tratta del 39% di un 9%.
Così come, gli immigrati ci sostituiscono, in parte, nei lavori più umili di ogni attività: nei cantieri, negli ospedali, nelle famiglie, così avviene nelle attività criminose. Tuttavia, con il passare degli anni gli stessi immigrati hanno partecipato alla diminuzione dei reati. Prendiamo il dato del reato più grave, l’omicidio. Dal 1988, le denunce per omicidio a carico di stranieri sono aumentate di 5,3 volte, ma gli stranieri sono aumentati di 6,25 volte. Quindi, in proporzione al numero degli stranieri, nel corso degli anni, le denunce sono diminuite. Nel complesso, allora, anche gli stranieri partecipano alla diminuzione del numero dei reati.
Inoltre, come ammettono le statistiche istat, e i rapporti del ministero dell’interno, gli immigrati regolari delinquono in proporzione nella stessa misura degli italiani. Il problema riguarda gli irregolari, ed è perciò legato alla loro condizione di irregolarità. Soprattutto nei primi sei mesi di permanenza. Da qui, l’esigenza di una politica che favorisca la regolarizzazione. La politica opposta, quella della chiusura, del respingimento, della caccia allo straniero, ha come effetto quello di costringere i migranti nella clandestinità e di farne così massa di reclutamento per la criminalità organizzata.
Le colf sono utili almeno quanto le prime quattro cariche dello stato
Una notizia di alcuni giorni fa: “Chiusa in casa e stuprata per giorni Colf ucraina denuncia un italiano“. Dice l’articolo “che pur nello stato di clandestinità, ha avuto il coraggio di denunciare il suo aguzzino”. Ignoro oggi la sorte della ragazza, vedo che l’articolo di Repubblica è stato aggiornato e aggiunge che il Comune di Milano l’aiuterà attraverso le proprie strutture di protezione. Ne sono felice e spero che ciò significhi pure che provvederà alla sua regolarizzazione e al suo inserimento sociale. Sarebbe una doppia ingiustizia se alla fine, lei fosse espulsa e reimpatriata nel suo paese, nonostante volesse rimanere in Italia. Tuttavia, a norma di legge dovrebbe capitare così, e ciò dice quanto la legge sia irrazionale fino a scoraggiare l’emersione di situazioni analoghe a questa: le vittime sono messe tra l’incudine e il martello, l’incudine di rimanere sottomesse ai loro aguzzini e il martello della minaccia di espulsione, mentre agli aguzzini si presta un’arma di ricatto in più, che vale fino a che lei non supera la soglia della disperazione. Mentre un minimo di buon senso suggerirebbe l’idea di concedere a lei e a tante persone come lei la possibilità di richiedere e ottenere un permesso di soggiorno e di fare la colf con un contratto normale, tanto più che la sua attività di assistenza nel nostro paese è richiestissima da centinaia di migliaia di famiglie disponibili a pagare i contributi. Le colf “clandestine” sono utili e necessarie almeno quanto le prime quattro cariche dello stato, se non di più: perchè non dovrebbero meritare un lodo anche loro? Persino Maroni, in un momento di lucidità, è arrivato a ipotizzare la necessità di regolarizzare le badanti.
Falsi leader a capo di molte imprese
Il precariato serve ad abbassare il costo del lavoro di una imprenditoria stracciona, priva di un senso di responsabilità sociale, incapace di competere sull’innovazione tecnologica e sulla qualità dei suoi prodotti.
Per giustificarlo, si ricorre a tanti pretesti. Per esempio l’assenteismo, i falsi malati. Montezemolo che pure è un imprenditore “grande”, ben prima di Brunetta avviò la campagna contro i fannulloni, lamentando che i lavoratori in un anno stanno a casa un mese per le ferie e un mese per permessi e malattie. Come se questi non fossero tempi e pause di recupero normali. Così il precariato viene usato per non pagare le malattie, ma anche per non pagare le ferie. Perchè? Si teme si tratti di false ferie? In ogni caso, a proposito di malati veri o falsi, meglio una persona sana a casa, che una persona malata al lavoro. Se le persone sane vengono trattate bene, con equità, adeguatamente motivate, al lavoro ci vanno.
Nonostante l’accusa di voler evitare il lavoro, con la caduta del potere d’acquisto dei salari,sono gli stessi lavoratori a chiedere di poter fare lo straordinario. Entrambi gli schieramenti elettorali, PD e PDL, hanno proposto la detassazione degli straordinari, misura vista con favore (purtroppo) secondo tutti i sondaggi, anche dalla maggioranza dei lavoratori dipendenti. Le cause della caduta del potere d’acquisto, non riguardano certo un orario troppo corto, sono almeno tre. 1) L’abolizione della scala mobile. 2) L’indisponibilità degli imprenditori a redistribuire gli aumenti di produttività. 3) La speculazione sui prezzi.
Non esiste nessuna prova statistica che dimostri che i precari, sentendosi sotto ricatto, siano più produttivi dei lavoratori regolari. Semmai il contrario, dato che sono spesso più giovani, inesperti, e demotivati dall’assenza di prospettive di stabilizzazione o di carriera. Piuttosto, è vero che gli imprenditori non sono disposti a redistribuire gli aumenti di produttività, se non in un rapporto di 9 a 1. Fossero meno ingordi, i loro dipendenti sarebbero certo più motivati a produrre.
E’ indicativo che negli esempi contro i “fannulloni” siano citate anche le assenze per un raffreddore. Come se i raffreddori non dovessero essere curati e in mancanza di cura non comportassero il rischio di complicazioni. Dipende dalle persone, dalle condizioni di lavoro e di trasporto per recarsi al lavoro. Nelle malattie di origine batterica o virale, il lavoro può essere più o meno un disagio, ma il pericolo viene dal contatto con gli altri, soprattutto nei luoghi pubblici. Per malato, non intendo una persona in punto di morte o che non si regge in piedi. Intendo solo un malato. Queste accuse sono generalizzazioni di comodo, facilmente ricambiabili. Incominciano i datori a dare il buon esempio, nel rispetto dei contratti, delle norme di sicurezza, nella dichiarazione dei redditi, nella redazione del bilancio aziendale. Siano autentici e veritieri, senza pretendere impunità e depenalizzazioni. In tal modo, saranno stimati e imitati dai loro dipendenti.
Si invocano i controlli fiscali (per i “fannulloni”, non per gli evasori) Avere un medico fiscale per ogni giorno di malattia è impossibile, sia gratis, sia a pagamento. E’ sufficiente stabilire che il certificato medico sia emesso da un dottore del SSN. Che è poi una delle misure introdotte dai provvedimenti di Brunetta, per il pubblico impiego, tra tante, almeno una misura condivisibile. Il problema dell’assenteismo (problema confiato ad arte) si risolve solo motivando, incentivando i lavoratori. Le lotte degli anni ‘70 sono iniziate nel 1969, la scintilla scoppiò a Mirafiori: un operaio arrivò a farsi la cacca nei pantaloni mentre stava alla catena di montaggio, perchè gli era stato ripetutamente vietato di andare al gabinetto. Imprenditori, invece di accusarli di essere falsi, prendi sul serio i bisogni dei vostri dipendenti.
Controlli, sanzioni, divieti, minacce, licenziamenti e rappresaglie sproporzionate, fanno pensare ad un ambiente pesante nel quale i rapporti sono cattivi, e soprattutto, tendono a incattivirsi in una spirale degenerativa. Un posto dove si rimane a lavorare se e fino a quando non si trova un posto meno peggiore, in cui ci si libera prima delle persone che alla fine possono permettersi una alternativa, realizzando una sorta di selezione alla rovescia. Proprietà e leadership spesso coincidono, ma non sono la stessa cosa. La proprietà è un dato di fatto, la leadership, l’essere riconosciuto come il leader, implica una legittimazione che bisogna conquistarsi sul campo e poi mantenere giorno per giorno. Il ricorso a metodi autoritari e vessatori, che appartengono ancora ad una classe di imprenditori che continua ad avere la mentalità dei padroni delle ferriere, indicano un evidente difetto di autorevolezza.











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